10/11/2005



SIPARIO
 
[Entra facendosi largo tra le quinte chiuse poi, liberatosi a fatica del drappo sipariale, rimane per un istante fermo e ciecato in piena scena. Scorto infine il leggio sistemato in mezzo al palco, vi si avvia a larghe falcate. Sotto il leggio sta appeso un foglio e scritto a lettere maiuscole: “Editore”. Giunto a quel punto, estrae dalla giacca un plico, lo squaderna, liscia i fogli col palmo della mano. Alza gli occhi verso la sala buia, si flette sulle ginocchia, prende un respiro e comincia di furia, senza preamboli, quasi urlando]

In primo luogo, signore e signori, io sono un imprenditore. Per essere chiari: io sono colui che si conduce al mercato sulla pubblica via e lì vende i suoi prodotti, ovverossia ciò che per la sua azione o per azione interposta ma scaturita da suoi capitali e volontà egli ha prodotto. Le sue merci, insomma. Voi tutti sapete, poiché siete qui convenuti, che l’essenza di una merce è che sia venduta: essa è in se medesima un puro veicolo, una navicella verso il compratore e la sua tasca e la moneta sonante o anche frusciante, o pulsante, ronzante o come vi pare di concepirla. E perché ciò accada, ossia la vendita, la merce si deve mostrare nella sua nuda qualità: essa deve funzionare, qualunque cosa questo vi significhi.
Prima regola dell'Editore, ovvero mia che vi parlo, dal punto di vista delle merci è quindi di produrne che funzionino.
Sono certo d’esser stato fin qui sufficientemente chiaro.

[Prende fiato. L'eloquio si fa meno isterico]
Ma che vuol dire dunque? Funzionare, come oggi funzionano  [finge di mostrare delle diapositive, che non appaiono] un mezzo motorizzato o un paio di braghe alla moda, e cioè: da una parte e per l’appunto assolvere in qualche modo alla funzione, che sia di mandare semovente il corpo o ricoprirne le inferiorità, dall’altra e insieme nello stesso gesto contenere un nucleo di significati che superano la funzione e a volte persino la sconfermano. Questo secondo lato noi lo chiameremo: Contenuto Aereo della Materia Posta in Vendita e in esso si contemplano stile e moda, gusto, fantasmagorica evocazione di vite altrui e aspettative immaginarie e riparatorie, desideri tanto radicati e generali quanto infantili, primordiali, o generosamente umani, o giusti, o nobili, generalmente nostri. Ciò che si vende è perlopiù segno, incastonato su una base sottile di materia. Che è poi il modo in cui il poeta descriveva l'esistenza umana e il suo essere alla mercé dell'immaginazione. Ma non divaghiamo, non siamo qui per fare letteratura.

[Accenna a un sorriso. Si assesta nella giacca. Pare ormai padrone della situazione]
Ovviamente, l’avete già intuito, la merce letteraria è perfetta. In essa i due lati di ogni merce in generale tendono meravigliosamente a sovrapporsi, a confondersi tra loro in uno solo.
Il che fa peraltro di letterati e cantanti, di musici, registi e ballerine e pure di quelli che ci mostrano con toni pensosi lo spettacolo generale e degenerato della società mercantile e la sua decadenza estetica e morale, fa di costoro dicevo per così dire tra i suoi più rilevanti salariati nonché solerti costruttori.

[Sta motteggiando. Di colpo si ridà un contegno]
Dunque l'Editore - intendo di storie, poiché io sono editore di storie, non l'ho detto? Ah sì, certo... Scusate - l'Editore… Ehm…

[Si è impappinato]
l'Editore… dunque… Uh

[Di colpo ritrova il filo e parte a razzo senza alzare lo sguardo dai fogli. Gesticola vistosamente sottolineando certi passaggi con ampi movimenti delle braccia]
l'Editore deve produrre merci letterarie funzionanti, cioè merci letterarie dotate di spigoli ficcanti in vista della loro mirata destinazione, e cioè per esempio romanzi d'azione, d'avventura e d'eroi o controerori, il cosiddetto thriller ch'è poi melodramma ricucinato in varie salse, il noir-di-tendenza tendenziale, i gialli questurini che sono commedie col morto o incitamenti al pubblico linciaggio del caprone, le tragedie immote in un bicchiere da cucina, i romanzi adolescenziali di formazione o deformati, quelli giovanilistici, generazionali, femminili, esotici, intimistici, rivoluzionari sotto sotto, neon-realisti un poco in superficie, i poetici sentimentali, e poi romanzi pseudo-colti che citano i grandi romanzieri del passato o pseudo incolti che citano i fumetti, romanzi trasgressivi di sesso e turpiloqui, romanzi cinici ma austeri per giovani idealisti frustrati con nostalgia dell'autentico significato non in vendita, il patetico, ch'è in gran ritorno oppure le assai colte satire appena percettibili d'altri libri oscuri o mascherate da grandi scannamenti e così via e così via.
Ognuna di queste merci deve presentare i suoi cliché di stile e narrazione, luoghi comuni di scrittura e di tematica che la rendano riconoscibile e per bene destinata, evocando in modo adatto il cliché di mondo narrativo che può far coagulo con  aspettative e desideri letterari del compratore in base alla tana che questi abita in società.
Naturalmente, lo sappiamo, da una parte chi acquista vuole il cliché, dall'altra il cliché, come il vampiro di sangue, ha bisogno per vivere di continue variazioni sul suo tema, vuole essere rinnovato per non apparire subito vecchio e stantio come la moda dell’anno scorso e quindi fonte di immediato riconoscimento e di noia e disdoro e perfino vergogna da parte dell'acquirente e lettore. Quindi, come Editore, io devo ricercare tra l'esistente non solo il certo, ma insieme anche il relativamente nuovo, e saper verificare che funzioni, o che perlomeno possa funzionare in un ipotetico futuro.

[Si ferma. Tira il fiato. Si allarga un po' il colletto della camicia. Sta sudando. Riprende, simulando un tono paterno]
Direte voi: e la vera letteratura? In mezzo a questa logica di commerci che ci disegni, quale spazio trova? Tu, volete dirmi, sei la rovina dell’arte, non il suo mezzo. Non oso contraddirvi, ma riflettete: nessuno al mondo si mette al tavolino con l'idea o la chimera di fare da sé vera letteratura e vera perché diversa da quella prezzolata che dir si voglia. O meglio, lo si fa eccome, e io lo so bene!

[Parlotta tra sé e sé]

se penso a tutto quello che mi tocca leggere…

[Riprende ad alta voce]

ma questa intenzione non può in realtà produrre la letteratura cui si ambisce, ma piuttosto descrive l’ambizione con cui la si vuole, ovvero l'arcadia filodrammatica, insomma il vorrei ma non posso, che nella formula ben nota impone di descrivere un luogo in cui li letame - mi perdonino - cioè la propria segreta e puteolente ambizione di rivalsa se ne stia nascosta, pur non essendoci altro sulla pagina scritta che quell'infinita noia ben disposta in righe.

[Gigioneggia, ridacchia. Registrazione incomprensibile]
E poi non è forse vero che, in ogni campo dell'umano, i migliori sono in numero minore dei mediocri? La letteratura che vi piace definire grande non è mancante, semplicemente, come sempre, è poca.

[Tono lirico]
L'arte è una svista, un caso, un colpo di fortuna. Noi editori inseguiamo chimere e speriamo nella pietra preziosa che ci capiti sulla via...
Certo, nel frattempo dobbiamo pur campare, no?

[Strizza l'occhio, ma pasticcia perché non sa chiudere un occhio senza chiudere anche l'altro. Smette subito e si ricompone. Tono grave]

C'è poi il secondo corno della questione: il lato dello scrittore.

[Lunga pausa. Controlla gli appunti. Gira i fogli sottosopra, con calma, come se fosse all'intervallo tra primo e secondo tempo. Prende un foglio, lo osserva, mormorando qualcosa. Poi riprende con enfasi, come leggendo un testo sacro]
Per via della natura stessa della merce-romanzo, della sua complessità e della miriade di fattori che entrano nella composizione del suo funzionamento, l'arruolamento degli scrittori è un processo delicato che subisce alcune regole di convenienza che ora vi illustro.
Prima regola: cavalli sicuri, e limitate i rischi. Immaginate un po', ci vuole così tanto tempo a scrivere, leggere, valutare, sistemare, editare, commercializzare e vendere, che più si va sul sicuro e meglio è.
Seconda regola: fidarsi di chi merita fiducia. Se un cavallo nuovo è segnalato da un cavallo sicuro o proviene da un'altra scuderia, o si è messo in mostra in una palestra per giovani puledri è più facile che sia un buon cavallo: il che accorcia i tempi di una selezione svolta personalmente. Questo spiega perché sia del tutto impossibile giungere a me se non si conosce qualcuno che mi conosce e in qualche modo garantisce o presenta, o se non si è dell'ambiente, e perché tutto ciò sia logico e insieme giusto.

[Colpo di tosse. Beve un po' d'acqua da una bottiglia di minerale sistemata sotto il leggio]
Questo discorso fa emergere l'ovvio finora poco celato, ossia che vi è una seconda merce in vendita oltre ai miei libri e della quale io non sono venditore, ma acquirente. Questa è: il narratore.

[Altro colpo di tosse]
Egli dunque, nel mercato in cui ci incontriamo e non certo ad armi pari, deve vendermi le sue capacità e se stesso, cioè deve vendere sé da due punti di vista: ciò che sa fare, e la possibilità astratta e generale che io impieghi ciò che sa fare.
Il primo aspetto di questo commercio dà luogo come suo cascame a tutto l’universo ricorrente delle correnti letterarie, delle teorie le più vaghe, delle prese di posizione stilistiche o politico-letterarie, che hanno lo scopo chiaro di isolare la propria tecnica o la propria posizione dall'universo informe delle possibilità e dell’esistente scritturale e renderla riconoscibile, visibile e quindi vendibile a me, all'Editore. In questo senso si spiega anche perché sia così frequente il gre

[Altri colpi di tosse, ripetuti]
il gregarismo, cioè l'affiancarsi interessato, a volte prono altre volte

[Altri colpi di tosse, ripetuti più volte. Si tiene la gola, tossisce in un crescendo parossistico. È paonazzo. Poi la tosse si placa]

Scusate… Dicevamo…

[Si riprende lentamente. Farfuglia. Poi ricomincia]
In questo senso si spiega anche, dal lato della merce-scrittore, perché sia così frequente il gregarismo, cioè l'affiancarsi interessato, a volte prono altre volte volitivo e di recitata indipendenza a seconda di personalità e convenienze, di un cavallo giovane a uno più affermato, per non dire attempato, da cui il primo può non solo apprendere trucchi e tecniche, ma essere condotto presso di me attraverso una segreta scorciatoia.
Il secondo aspetto del mercimonio in questione, la coltivata speranza che io impieghi chi mi si offre, spiega invece l'universo pubblico dei dibattiti, delle apparizioni, del far tema di sé in quanto si è ciò che si mostra, le quali hanno lo scopo di far notare come in sfilata la figura del narratore, la sua faccia o posa o la sua presenza e farmi ritenere che possa essere un buon veicolo per la mia merce. E a questo fine per paradosso consueto si formano in una via che può essere di branco, di muta, o di solido gregge le carovane di luci che, troppo deboli per farsi notare separate e sembrarmi appetibili, si rendono visibili sommandosi tra loro, facendo grancassa, costruendo insomma quei carri collettivi che avranno in previsione più fortuna di arrivare alla metà, a quel luogo cui tutti anelano, alla destinazione, che non un singolo carretto.
E in questo modo il cerchio si chiude.

[Sorride. Poi di colpo si fa serio]
Rimane una questione inesplorata: cosa è, in se stessa e al di là delle fantasie che tutti costoro se ne fanno, questa famosa destinazione?

[Resta muto un istante. Poi accenna un breve inchino, raccoglie i fogli e a passo svelto riguadagna le quinte scomparendo]


***

 [Voi direte: ma può funzionare così? Per il personaggio dell'Editore, sì. Questo è ciò che si vede da lì o meglio, ciò che noi ne vediamo da lì facendo parlare il nostro eroe, ad uso e consumo di questo esercizio, ma non è necessariamente ciò che passa "nella testa" dei personaggi da lui evocati. Quanto al personaggio dell’Editore, escludiamo che un personaggio possa avere testa. Dunque di ciò che passa nella testa di chiunque, in questo testo, non sappiamo nulla. In definitiva, che tutto il meccanismo funzioni proprio così non si può dire (ammesso che si possa dire definitivamente, di qualcosa, che è così). Anzi è probabile, perfino certo, che vi siano molti altri lati da cui si può vedere la stessa cosa e il suo funzionamento, lati che smentiscono del tutto e anche a ragione questa comoda versione dei fatti. Quindi ci si chiede: la verità è la somma dei lati o delle versioni? O è piuttosto la vittoria della versione più forte? È ciò che ogni personaggio ne sa? O ciò che ne fa? Oppure infine è ciò che il narratore fa dire a ciascuno? E chi fa parlare il narratore? Di tutto questo non siamo all'altezza di parlare, servirebbe il filosofo. Abbiamo solo raccontato la storiella dell'Editore, o meglio del suo personaggio, perché è la più facile. Perché appunto è un cliché, una caricatura.]

SIPARIO

b.georg
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