17/11/2008

Vi segnalo qui tre agili documenti che riportano gli esiti dell’assemblea studentesca alla Sapienza del 15 e 16 novembre, il cui ordine del giorno era la formulazione di proposte di autoriforma dell’università. Li segnalo perché mi sembrano un documento a suo modo significativo.


Che dire... L’impostazione mi pare identica a quella di 20 anni fa, la “famosa” Pantera (lo so, c’ero…), che a sua volta era identica a quella di 20 anni prima, il che non è esattamente una bella cosa, secondo me. Non ho una conoscenza diretta delle dinamiche interne di questo movimento, non so dire quanto questi documenti lo rappresentino realmente, ma dai contenuti e dalla forma saprei dire con esattezza dal solco di quale tradizione viene il personale politico coinvolto nella loro stesura (forse anche da quali correnti interne di quella tradizione…). Dato che non ho contatti diretti con quegli ambiti da molti anni, anche questo non è un bel segnale, direi. Tutto muta, ovunque. Tranne in Italia.


Ma se dovessi fare una sintesi estrema di cosa non funziona, in questi testi, direi così: oggi, come allora, si insiste nell’errore di trattare l’università come uno strumento di mobilità sociale (far sì che chi nasce da famiglia povera non sia condannato a rimanere povero), quando andrebbe considerata semmai quasi un effetto di questa avvenuta mobilità. Il fatto che un individuo di classe bassa o medio bassa arrivi all’università e la frequenti con successo, aumentando quindi di molto le sue possibilità di reddito futuro - almeno in un Paese normale - dovrebbe essere il segnale che tutto il welfare precedente ha funzionato come si deve, e non invece la toppa paracula e ideologica per un welfare che fa acqua da tutte le parti, col risultato che la toppa accresce il buco e l’università si adegua al malfunzionamento generale. Chi ci rimette in questo caso, i ricchi o i poveri?
Questo errore è presente in ogni riga di questi documenti, purtroppo.


Certamente, l’università dovrebbe essere un’istituzione di alta formazione di qualità ed eccellenza massime, cui tutti i meritevoli dovrebbero poter accedere a prescindere dalla loro condizione di origine. Ma se l’obbligo scolastico scade a 14 anni (o 16, non è ancora ben chiaro...), è palese che essa non può che fallire nel 100% dei casi qualora intenda porsi come strumento di riscatto - chi doveva fare il salto fuori dalla propria classe sociale grazie all’istruzione e non c’è riuscito, ha già lasciato la scuola da un pezzo. Quindi l’idea che l’accesso non debba essere ristretto ai meritevoli, purché non censiti con metodi di classe, ma consentito letteralmente “a tutti”, o è vuota, una pura ovvietà, o è cretina, esprimendo un’idea di “cultura umanistica come massima espressione della civiltà umana” (ergo, gli altri sono subumani) fasulla, retorica e ricostruita a esclusivo beneficio baronale.

Le agenzie su cui spendersi con vigore per favorire la mobilità sociale - per far sì cioè che “meritevole” non sia più sinonimo di “ricco” - sono altre, evidentemente. Questi documenti avrebbero senso se riguardassero la scuola primaria. Non ne hanno riguardando l’università. È noto e studiato: conta infinitamente di più l’asilo nido per intervenire sul destino scolastico delle persone, spesso già segnato in prima elementare a causa delle condizioni familiari, che non l’università. E non a caso in Italia c’è poca mobilità sociale e ci sono anche pochi asili nido; e ci sono pochi o nulli strumenti di sostegno al reddito a prescindere dal lavoro.
(Però, per motivi la cui causa storica va ricercata nel difetto d’origine del welfare italiano familista e clientelare, si spendono due terzi dei soldi del welfare in pensioni, cioè nell’istituto che per definizione è il meno adatto a promuovere la mobilità sociale, essendo di tipo assicurativo e non redistributivo - più versi più ricevi, con una sperequazione che fino a poco tempo fa addirittura aumentava assieme al reddito; viceversa non hai niente da versare, non riceverai niente).
E malgrado gli alti gridi, non è nemmeno vero che in Italia si spenda meno in finanziamenti all’università rispetto alle medie europee, come ha sufficientemente dimostrato Perotti: correttamente calcolati, questi finanziamenti sono equivalenti a quelli dei maggiori Paesi occidentali.



Da quel primo errore, nei documenti in questione, derivano a ruota tutti gli altri:

l’idea che le tasse dirette non vadano alzate anzi vadano azzerate - buon dio, ma l’università è già pagata con le tasse, comprese le tasse della maggioranza di italiani che non riescono a mandare i figli all’università, ed escluse quelle degli evasori fiscali, e questo sarebbe più equo che farne pagare una quota maggiore a chi ci va effettivamente avendone tutte le possibilità, esentando dal loro pagamento con appositi strumenti esistenti in tutto il mondo chi non può permettersele, e garantendo così risorse aggiuntive agli atenei?;


l’idea piuttosto demenziale che non siano desiderabili strumenti quantitativi di misurazione dell’operato di docenti e atenei nell’allocazione selettiva delle risorse – traduzione: libertà di pagare di più i docenti o i ricercatori più bravi e di dare più soldi alle università che investono in qualità, il tutto sulla base di misurazioni il più possibili oggettive. Cito: «L’autonomia della ricerca e la qualità dell’università pubblica non possono essere disgiunte dalla realizzazione di un nuovo concetto di valutazione. Tale concetto, più complesso della combinazione di indici presuntamente quantitativi, non deve essere legato al contenimento del bilancio, alla produzione di brevetti o al semplice numero delle pubblicazioni. Pensiamo che la valutazione debba essere intesa anche come rendicontazione sociale delle attività degli atenei e del sistema nel suo complesso, che non possa prescindere dai contesti territoriali in cui le università sono inserite».

Ora, non è che sia proprio chiaro cosa voglia dire, ma il sospetto è che proposte animate da buone intenzioni come queste siano come mettere la freccia “ingresso” a tutti i clientelismi e nepotismi del mondo – «Sì, facciamo ricerca del cazzo, non ci cita nessuno e pubblichiamo solo nelle riviste del circondario, però abbiamo un gran bel rapporto col territorio! Abbiamo partecipato anche alla sagra dello gnocco fritto studiando i diversi gradi di cottura in modo scientifico, il tutto finanziato dal locale assessore Minchialoni!». Per l’appunto. E a cosa si deve tutto questo? A una sorta di idiosincrasia al funzionamento “aziendale” visto come mercificazione, idiosincrasia che ha riflessi di irrazionalità completa: per quale motivo sarebbe preferibile un servizio pubblico che funziona male, a chi mai potrebbe giovare? Dove sta scritto che migliorare l’efficienza significa abbassare la qualità?;

e così via, nel grande come nel piccolo, che lascio alla vostra lettura (non senza segnalare punte di umorismo surreale, come rivendicare il rifiuto dell’obbligo di presenza ai corsi perché “sottopone gli studenti a un controllo sui tempi di vita”. Ma vaffanculo, va).


Purtroppo nessuna delle proposte formulate è in grado di intervenire sui malfunzionamenti più evidenti:
- scarsa, a volte molto scarsa qualità dell’insegnamento e della ricerca;
- scarso ruolo “di sistema” come volano economico per i singoli e per le organizzazioni (traduco: chi si laurea in Italia guadagna ormai meno di chi non si laurea, e le imprese non finanziano e non usano la ricerca mantenendo il Paese nello stato di arretratezza di cui si giovano le poche famiglie monopoliste e parassite che ne posseggono quasi in toto l’economia. Altro che rischi di commistione tra ricerca e interessi privati!);
- selezione dei docenti sovente non basata sul merito (i migliori nemmeno si presentano);
- possibilità di far carriera legata più ad anzianità e appartenenza che non alle capacità;
- nepotismo esasperato;
- scarsa produttività generale in termini di laureati;
- scarsissima presenza tra gli studenti di individui provenienti da classi di reddito basse.


Purtroppo non si tratta di un'alternativa credibile ai puri tagli travestiti da riforme del ministro Gelmini.

L’università rivendicata da questi documenti, che puntano tutto su un egualitarismo piuttosto parolaio che reale e su un diritto allo studio da proclama alle masse è, ahimé, esattamente l’università che già c’è, cioè una tra le più retoriche, clientelari, scadenti e classiste dell’occidente.
b.georg
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