In generale credo di saper distinguere un elefante da un cavallo, non dico tanto ma almeno questo. Per fare un esempio a caso: mi rendo conto, leggendolo, che G. è un grande scrittore. Ma qui, in questo caso, il punto non è nemmeno se DFW sia o meno un grande scrittore, da certi punti di vista forse nemmeno lo è, o chissene. Il punto è la sensazione di spavento che è in grado di procurare al lettore la capacità ultraterrena di quest'uomo di gestire la materia verbale e piegarla ai suoi scopi, sani o insani che siano e come tali scopi non siano proprio per nulla fini a se stessi o un puro esercizio di stile (anche precisato che spesso in questi casi "chi lo dice sa di non esserlo"). E non intendo tanto capacità di gestire la frase, il periodo, lo stile, ma tutta la struttura nei suoi differenti livelli, nel macro quanto nel micro. Immaginate qualcuno che abbia a che fare con una massa protosferica fatta di un materiale instabile, gelatinoso e trasparente di un paio di metri di diametro sospesa a due metri da terra che egli manipoli attraverso un campo di forze che si sprigiona dalle sue mani e che gli permette, a distanza ravvicinata ma senza toccarla, di farle assumere (alla massa gelatinosa) qualsiasi forma, da quella di un'ampia, sottile sfoglia per dolci chilometricamente estesa fino alla chiusa concentrazione di un nucleo nero e grumoso grande come un sasso passando per l'imitazione estemporanea di ogni espressione umana o forma animale, giungendo infine a un arco di tensione che scaglia una freccia acuminata, trasparente e sottile con un capello dentro il tuo cervello. E tutta questa sequenza nel giro di cinque secondi netti.
Sto rileggendo in questi giorni Oblio. Lo lessi la prima volta quando non ero padre - e, credo, non ero nemmeno compiutamente figlio - situazione che mi aveva permesso di affrontare certi gruppi di pagine del secondo racconto senza troppi strascichi emotivi e persino di leggere il terzo anche se con qualche mancamento: stavolta il terzo l'ho dovuto saltare netto - ne ho solo sbirciato qualche riga durante un viaggio in metropolitana e mi sono dovuto reggere agli appositi sostegni. Il secondo mi ha colto a tradimento: i passaggi in cui il figlio rievoca la figura del padre e i suoi pensieri, seduto sulla panchina, me li ero scordati - l'altra volta non ero padre né figlio, come ho detto - e stavolta mi sono arrivati in gola come un groppo indigeribile, alla faccia di quelli che DFW è un autore cerebrale senza emozioni.
Quello che volevo dire però, senza nessuna pretesa di fare un'analisi letteraria, riguarda il primo racconto di Oblio, Mister Squishy, che da solo è causa di una percentuale intorno al 60-70% di abbandoni anticipati del libro. Il racconto inizia con una sorta di preparazione, o primo movimento (sarebbe meglio dire non movimento), che consta in pagine e pagine scritte in uno stile ultraoggettivante, più che entomologico direi statistico, che dà la netta impressione di avere a che fare con una materia priva di ogni parvenza di traccia biologica, puramente astratta: pagine e pagine di minute riepilogazioni statistiche riguardo a quanti dei personaggi nella sala indossano scarpe coi lacci, quanti portano i baffi e di che tipo, quanti sono abbronzati e quanti no e così via per qualsiasi elemento che entri nello sguardo numerico della voce narrante (la cosa ha ovviamente a che fare con l'ambientazione e il grappolo di temi su cui il racconto gira come un avvoltoio, tra i quali la manipolazione e automanipolazione delle nostre vite da parte delle ricerche di mercato, della pubblicità e del marketing sono i più immediatamente visibili) e tu leggi e leggi questa roba piuttosto sconcertante, vuoi supporre al limite dello sperimentale, che dal punto di vista del contenuto è ancora troppo poco definire vacua e noiosa, forse è mortalmente noiosa, o anche peggio, serve un aggettivo che prescinda dal concetto di vita pur nei termini del suo esser venuta meno, eppure vai avanti perché, questo è strano, ti rendi conto che non stai facendo tutta la fatica che ti aspetteresti data la noia (o anche peggio) del contenuto (se sei bravo parli di noia, anzi fai parlare la noia stessa, ma quello che scrivi non è noioso), tu prosegui perché ti rendi conto che la lingua con cui questo nulla statistico ti si è piazzato davanti è distesa, trasparente e limpida, quasi vitrea, e tu la stai penetrando con un certo bizzarro piacere simile a quello che i supereroi probabilmente provano nell'attraversare i solidi e trapassare i muri anche se, dal punto di vista del messaggio, sarebbe lo stesso leggere al contrario le pagine gialle o un interminabile libretto di istruzioni di un elettrodomestico, un bizzarro piacere che, come accade certe volte in letteratura, ha un che di sottilmente sessuale, forse stai accarezzando mentalmente il corpo di una bambola gonfiabile e stai per scoprire con terrore che ti piace? comunque prosegui proprio perché stai penetrando in qualcosa, in un mondo, in effetti non è come leggere le pagine gialle, questo mondo è tridimensionale per quanto ancora privo di forme di vita, ed è qui, nel mezzo a questa colata di puri bit a somma zero che è diventata la pagina, che DFW inizia a inserire dei piccoli disturbi, dei bzzz, limitatissimi flashback di una riga e mezzo, interferenze di due righe nella forma di rapporti del protagonista con questo o quello o di impronte di memoria collettiva, cioè inserisce in mezzo a mezze pagine di semicalcoli delle limitatissime vibrazioni verbali indubbiamente biologiche o reperti di una sorta di psicologia disseminata e non singolare, a metà tra la traccia neuronale e il lancinante sentimento procurato, e mentre stai segnalando a te stesso lettore questo fatto inconsueto ecco che dentro il testo inizia a inerpicarsi una storia nella storia, del tutto ascensionale e inspiegata, una specie di rinoceronte verbale in forma di alpinista dei vetri, e nello stesso frangente le tracce e le interferenze di cui sopra aumentano di densità finche ti rendi conto - ma in realtà te ne renderai conto a posteriori, riflettendoci poi, o alla seconda lettura - che senza che tu ci facessi caso la tensione si è progressivamente accumulata fino a lasciar supporre che stia per succedere qualcosa di tremendo o spaventoso e, bada, non è nemmeno una tensione organica, fatta di calore e passione, è un accumularsi progressivo di stress nel carico strutturale, di pressione nelle materia minerale o di lega semilavorata di cui è fatto il testo, una tensione che senza emettere suono e senza sintomi visibili è però indubbiamente quasi al parossismo, e quando lo stai per capire di colpo, in un fiotto colossale e travolgente, da un'apertura, un taglio nella paratia verbale del testo si forma e viene sparato a velocita supersonica il lancinante delirio di pensieri autodenigratori del protagonista, un flusso di coscienza perfettamente ritradotto e reso razionalmente comprensibile pur nel vorticare concitato dei lunghissimi periodi di indiretto libero che riga dopo riga conducono il protagonista verso l'auto-collasso, la catastrofe psichica, la nullificazione professionale ed esistenziale, e tu che sei quasi sopraffatto da questo improvviso dispiegarsi di una potenza di fuoco che non puoi reggere e che ti colpisce proprio perché pare nata dal nulla dato che il nulla-noia cui ti stavi assuefacendo nella prima parte e questa improvvisa e insopportabile angoscia di morte - ti renderai conto dopo - si tengono assieme, anzi sono proprio la stessa cosa, tu sei travolto assieme al protagonista, ugualmente nullificato perché ora il testo, te ne rendi conto, sta parlando del protagonista, dell'autore, di te e di chiunque gli capiti a tiro e intende letteralmente farlo a pezzi e quindi sta parlando esattamente del tuo essere niente in un modo tanto potente, consapevole, lucido e disperato, quasi pietoso, ma dolorosissimo, che non sai se riuscirai a reggere ancora ma nello stesso tempo, lo scoprirai anche questo dopo, ti sta accarezzando, ti sta gratificando, ti sta facendo provare una sincera pietà per te stesso che lenisce l'abrasione e la ferita bruciante causata nell'opinione che hai di te stesso dal tuo poter sopravvivere solo negando a te stesso la più elementare consapevolezza di quel che sei e fai, e non lo fa per fregarti o per metterti con le spalle al muro ma perché è l'unico modo che ha a disposizione per non mentirti del tutto, per non ricorrere all'arma totale del cinismo, la bomba N che in letteratura rade a zero ogni forma di vita umana lasciando intatte tutte le cazzate che quella è stata in grado di sparare.
Mentre sollevi gli occhi dal libro con un'espressione inebetita e bovina, ti è chiaro che a questo punto il racconto non può che disintegrarsi ed è quello che effettivamente fa: da qui in poi i personaggi proseguono per un po' l'inerzia della loro scia in modo simile ai frammenti dello shuttle esploso a 46000 piedi dal suolo, uno disegnando un'aggraziata parabola di fumo e fiamme, uno esibendosi in un frenetico avvitamento su se stesso che non lo discosta di un metro dalla direttrice verticale a piombo verso il basso, un altro letteralmente evaporando nel nulla... Le traiettorie resteranno troncate a metà, come nel famoso video di quell'esplosione stratosferica, troppo alta perché la telecamera potesse seguire l'interminabile piombare al suolo dei frammenti.