18/05/2008

L'attuale odiosa catena di attacchi ai già disastrati campi rom ha scatenato una quantità di interpretazioni critiche in cui ognuno si sente chiamato a profondere un grande impegno di profondità e di cultura. I riferimenti non si contano: analisi di tipo psicologico e antropologico circa la paura dell'altro e del diverso che alligna nell'uomo fin dalla notte dei tempi, note a margine sulla costruzione del nemico, sul capro espiatorio come cemento sociale, fini e amare constatazioni circa l'esistenza del cerchio magico: chi si considera dentro contro chi resta fuori dal villaggio dei normali, e naturalmente riferimenti storici al nazismo come universale del pensiero, agli innominabili pogrom, o arditi incroci di sociologia, economia e psicologia delle masse che individuano a causa degli accadimenti la paura indotta dalla globalizzazione e dai rischi delle cosiddette società liquide, il terrore inconscio di scivolare tra gli esclusi e i nuovi poveri di cui i cittadini di classe media fanno esorcismo creandosi un nemico e fomentando l'odio verso quello. E così via, in un fiorire di acute analisi, in una gran mobilitazione dei migliori cervelli e degli spiriti più alati. Che, davvero, se solo chi tira le molotov sui campi rom potesse leggerle, ah sì, che allora ne resterebbe impressionato e in cuor suo si vergognerebbe della propria inqualificabile ignoranza.

Infatti.

Il limite di queste analisi, purtroppo, è che van bene sempre, che non considerano cioè il merito, e in definitiva soddisfano più il narcisismo teorico di chi le espone che la ricerca di cause e di soluzioni credibili. L'idealismo ha questo difetto, che nell'assolvere se stesso non fornisce nel contempo alcuna terapia che non sia di nuovo un'improbabile estensione di se stesso all'umanità: bisognerebbe cambiare la testa delle persone, educarle... o al limite cambiare persone? Pensiamoci! Ah fossero tutti come noi...


La realtà invece è terribilmente prosaica. Volete una ricetta infallibile? Prendete un Paese impreparato, incapace di gestire i cambiamenti e la cui struttura già non tenga di per sé (segue breve descrizione): un settore pubblico ipertrofico e del tutto inefficiente, gonfiato nei decenni per mantenere la pace sociale e come forma di perverso ammortizzatore sociale e geografico; un welfare tutto sbagliato che non redistribuisce, non garantisce, non allevia, non aiuta a superare i gap, non difende, squilibrato e vecchio, che favorisce chi è dentro ed esclude chi è fuori, basato sulle famiglie e sulle pensioni invece che su diritti universali; un mercato del lavoro per metà bloccato e per metà selvaggio, frutto della convenienza di tutti gli attori sociali istituzionali a cambiare per non cambiare; sostegni al reddito e servizi per l'impiego inesistenti e trascurati per convenienze di bottega di sindacati e imprenditori, una classe politica inefficiente e autoreferenziale e del tutto disinteressata a quel che accade, un'economia sommersa, paralegale o illegale grande quasi quanto quella alla luce del sole, già piuttosto in crisi per conto suo.

Ora in questo quadro inserite qualche milione di nuovi cittadini venuti da ogni dove, nel migliore dei casi ricchi solo di buona volontà o altrimenti solo desiderosi di fuggire al peggio che li ha visti nascere; aggiungete ovviamente l'assenza pressoché totale di qualsivoglia politica attiva di accoglienza, selezione e integrazione; spolverate con una buona dosa di buonismo idealista paradossale, idiota e nullafacente di una sinistra che ha scordato se stessa e con abbondanti spolverate di cinismo perfido e interessato di una destra alla ricerca di fuochi su cui soffiare e di un sistema dei media non esattamente super partes. Infornate e poi state ad aspettare una ventina d'anni.

Io non so se tutti questi ingredienti potranno mai presentarsi
assieme, qualora lo facessero state sicuri che in quello strano Paese ciò che poteva marcire marcirà, e le guerre tra poveri e le cacce all'uomo diventeranno faccende di tutti i giorni. E non servirà nemmeno una teoria alata per spiegarle.
b.georg
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