13/09/2007

A.
Sono alto 1,55 e volevo fare il giocatore di basket. Ma per fare il giocatore di basket in questo Paese devi solo essere raccomandato. Bastardi, vergogna, dovete morire tutti.

B.
Questo è il Paese dei furbi. Sì, ho fatto il furbo. Ma lo fanno tutti. Quindi non ho fatto proprio niente di male.

La retorica sui vizi italiani è un vero e proprio genere, di origine aristocratica e dotato di lunga tradizione (se ne parla oggi su Repubblica a proposito del libro di David Bidussa Siamo italiani, in uscita in questi giorni - non online). Gli italiani sono poveri ma belli, gaglioffi ma simpatici, disillusi ma brava gente. E ancora, o furbi o fessi. Pavidi ma sbruffoni. Servi ma stronzi. Si può continuare, del resto il luogocomunismo è un'arte.
È una retorica che, nella sua versione volgarizzata ad opera dei media popolari - dal giornalismo al cinema alla saggistica di costume, che ripetono un poco pavlovianamente secoli di storia letteraria - e curiosamente data in pasto a chi dovrebbe in teoria esserne l'oggetto, presenta le due facce di cui sopra: A. depressa e vittimistica; B. cinica e opportunista.

Questa retorica, che confonde antropologia e storia, fa probabilmente più danni dei vizi stessi, che peraltro difficilmente sono "italiani", o uzbeki, o neozelandesi. Anzi, probabilmente questa retorica "è" il vizio stesso, non antropologico ma culturale, o almeno il suo alibi migliore.
b.georg
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