02/07/2009



Diego Armando Maradona, il brutto nano che fu baciato dal dio del pallone, sapeva calciare con grande naturalezza punizioni magistrali dal limite dell'area. Non meno ovvia e triviale di questa, è l'affermazione secondo cui Altre inquisizioni, scritto dall'argentino Jorge Luis Borges nel 1952, è un libro magistrale e inaspettato, capace di aprire vertigini nella testa con la leggerezza di chi sembra parlare d'altro.


Mi pare che con l'accumularsi dei libri e degli anni diventerà più chiara l'infuenza di Borges sulla letteratura contemporanea, un'influenza che è difficile sovrastimare. Finzioni è un libro centrale. Un libro centrale è quello che raccoglie e riassume i fili di ciò che viene prima di lui, li rovescia su se stessi e da lì riparte per costruire quello che verrà dopo.

Altre inquisizioni sembra un libro minore, una raccolta di note a margine e brevi riflessioni su temi e testi e invece è un'avventura mentale; il suo veleno scende silenziosamente da frasi lente e innocue, da reperti polverosi cui pare dedicata un'attenzione da bibliofilo o da antiquario e invece nascondono abissi nei cassetti, da costruzioni astute che ti rassicurano, così che tu non ti accorga di nulla finché non ti ritrovi, dopo ogni capoverso finale, in mezzo al deserto e senza mappa per orientarti. E questo è anche un altro modo per definire la letteratura.
b.georg
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01/07/2009


L'intervista di Serracchiani, in cui annuncia il salto della barricata, la trovate su Repubblica.


Ora il pippone, se volete.

La mia impressione riguardo alla battaglia congressuale nel PD
(che esprimo prima che siano presentati i programmi, ché dopo son capaci tutti) è che le distanze effettive tra i due contendenti non siano molto ampie, per usare un eufemismo, né in campo socioeconomico né sul piano della gestione del partito. Sul primo piano, quello che una sinistra laica e moderata in Italia e in Europa più fare è noto e se non è noto lo spiegherà Bersani nei prossimi giorni; al massimo ci si può distinguere per sfumature. Franceschini cercherà di puntare su un'immagine più liberal, ma avendo dall'altra parte la coppia Bersani-Letta non sarà facile trovare pertugi per infilarsi. Bersani userà la parola magica "lavoratori", ma la sua vicinanza con Ferrero e Rifondazione è più o meno quella tra noi e Saturno. Alleanze: Bersani aprirà alla sinistra, con un occhio al centro. Franceschini aprirà al centro, con un occhio alla sinistra. Entrambi diranno che si tratta di costruire, lavorare, ecc. Entrambi ignoreranno Di Pietro.

Quanto al partito, entrambi in sostanza proporranno un partito fatto soprattutto di luoghi, di persone e di territorio. Bersani le chiamerà sezioni e l'altro circoli. Soprattutto, il primo punterà maggiormente su un partito in mano agli iscritti, il secondo cercherà con moderazione (ma con enfasi nelle dichiarazioni) di aprire ai "cittadini non iscritti" legittimando primarie aperte. Posizione alquanto strumentale, a essere maliziosi: Franceschini è più debole nel partito e il regolamento congressuale lo vede sfavorito nella votazione dell'assemblea elettiva, per cui punta tutto sul risultato delle successive primarie (secondarie in questo caso...). Questo spiega perché sia partito sparato con argomenti demagogico-populisti tipo "noi siamo il nuovo, non ridaremo il partito ai vecchi": intende evidentemente solleticare il sentimento anticasta e presentarsi come alfiere del rinnovamento, mobilitando il "popolo" in una gara di entusiasmo per ribaltare il risultato all'ultimo minuto nelle primarie. Un alfiere del rinnovamento sponsorizzato da Fioroni, Marini e Fassino, per dire.

Serracchiani, in questa situazione, gioca le sue carte nel modo ardito di chi ha ambizioni, bisogna riconoscerlo, e col cinismo di chi non si fa scrupolo di presentarsi pieno di ideali. La sua intervista è un concentrato di furberie dalemiane occultate da verniciate di nuovismo, frangette e parlar diretto. Ecco qualche spunto di riflessione.

1) «Noi siamo il nuovo, gli altri il vecchio». E per segnalarlo appoggia Franceschini, alias Fioroni, alias Marini, sostenuti da Fassino. Dato che non è ingenua si deve pensare sia in malafede? E lo appoggia, par di capire, perché le hanno offerto un posto di comando. La cosa più difficile, si potrebbe dire, è sempre applicare a se stessi i criteri di giudizio che si pretende di applicare agli altri. Allora era meglio appoggiare Sofri (poverini i piombini: sono partiti due anni fa con l'idea del rinnovamento, l'hanno corteggiata per sei mesi e lei, con gesto dell'ombrello incorporato, se ne va con un democristiano... No, ok, forse meglio di tutto era stare fuori e lavorare seriamente per il prossimo giro. Mah.)

2) «Lo appoggio perché Franceschini metterà gente nuova, tipo me». Siccome tra persone civili non contano gli appoggi o l'età ma i meriti e le capacità, messa così significa: vogliamo più posti per noi, dataceli per cooptazione. Legittimo, ma non proprio nuovissimo.

3) I famosi contenuti nuovi. La mia impressione, già detta sopra, è che talmente poco distanti saranno i due programmi (che, badate, non si possono chiamare piattaforme programmatiche, perché fa vecchio. Serracchiani ragiona come un caporedattore di Vanity Fair che fa shopping in corso Como), così poco distanti che occorrerà distinguersi con la retorica, per non dire con la demagogia. Fino all'utilizzo spudorato delle peggiori tecniche berlusconiane, ben sintetizzate nella scorrettissima frase "noi siamo il PD, loro sono il nemico" (il giornale riporta "D'Alema" ma si legge come ho detto io). Senza quel nemico il PD, va detto, sarebbe al 13%, occorre forse che Serracchiani ne prenda nota? Ma no che lo sa benissimo...
b.georg
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22/06/2009

[Fruga nella libreria tra i volumi alla sua altezza, estrae un grosso tomo e reggendolo a malapena si rivolge alla genitrice con la consueta formula] - Pecché questo è il mio liblo plefelito?
b.georg
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20/06/2009

“Sono trent’anni – confida un vecchio comunista passato con poca convinzione al Pd – che in quel gruppo editoriale domina un’ideologia capace di fagocitare anche i più elementari dati di realtà, pur di restare fedele al suo obiettivo: sradicare quel ceppo della cultura italiana che viene dal Pci. Finché non saremo azzerati non avranno pace, e per farci fuori va bene tutto. Perfino la Serracchiani”.

leggi tutto: Francesco Cundari, I cazzotti di Repubblica
b.georg
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19/06/2009

Tema dell'opera.

Fino a che punto nobili e baroni, già piegati dalla forza e poi dalla convenienza, accetteranno un re che pur li ha resi ricchi e potenti, ma che ormai pare aver perso il senno e ogni giorno che passa si rivela più bizzarro, privo di equilibrio, smodato e incapace di reggere la nazione, mentre i nemici dello stato rialzano la testa ed escono dalle loro fogne organizzando sedizioni e rivolte nei villaggi, gli attori recitano nelle sagre commedie e satire che offendono l'onore del re e mentre il popolo, smarrito, comincia a rumoreggiare, fino a che punto costoro penseranno al proprio destino e al suo come inseparabili, il proprio potere inscindibile dal suo naufragio, prima di vedere come opportuna la strada del tradimento e prendere così la decisione di pugnalarlo, di liberarsi in un colpo dei suoi lacché e di ingaggiare infine una lotta mortale con la guardia pretoriana e i comandanti per spartirsi le spoglie del regno?

Svolgimento.
b.georg
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17/06/2009




Dato che il tempo nella vita umana non è infinito, e ammesso che leggere sia un'attività che vi suscita piacere, quali autori vale la pena di affrontare?
Harold Bloom - famoso e discusso critico letterario americano - cerca in questo libro di rispondere alla domanda e propone i profili di ventisei autori, a suo giudizio i più rappresentativi e canonici della letteratura occidentale a partire dal Rinascimento - Dante e Chaucer - fino (quasi) a oggi, cioè ad autori come Beckett, Borges e Neruda. Bloom appartiene a dire il vero alla corrente di idee per cui la grandezza di autore diventa chiara un paio di generazioni dopo a sua morte, anche se poi si sbilancia, senza fare troppo sforzo, su nomi come Pynchon e Roth.

Il libro suscitò all'uscita, a metà dei Novanta, feroci contestazioni per la sua impostazione, ritenuta poco politicamente corretta: secondo Bloom non ha senso inserire nel canone occidentale moderno autori di altre culture e tradizioni in un ottica multiculturalista. Questa posizione gli procurò l'accusa di idealismo, sciovinismo, imperialismo, razzismo solo a citare le più tenere.
Se a questo aggiungiamo che Bloom ritiene esista una differenza oggettiva di valore estetico tra le opere, e che questa sia autoevidente (traduco: Virginia Woolf vale 100 volte più di Doris Lessing, in qualsiasi universo, e 1000 più dell'autrice di Harry Potter, e uso esempi femminili apposta), abbiamo il quadro della situazione. Amanti del fumetto come espressione dell'arte contemporanea, siete avvisati: non è il libro che fa per voi.

La sua concezione della letteratura, un po' più vasta di quella espressa nelle poche righe sopra, è nel complesso piuttosto sensata ma espressa, almeno in questo testo, in modo troppo superficiale tanto da apparire fuorviante: è vero che ogni impostazione critica che leghi in modo diretto e meccanico un'opera letteraria alla società che l'ha vista nascere è un riduzionismo ingenuo che produce propaganda invece che letteratura e finisce per negare la specificità del campo letterario, ma il contrario finisce nella teoria del genio, che non è certo meglio di uno storicismo rozzo.
L'intento superficialmente polemico del libro è evidente nella contraddizione di fondo che lo anima, espressa nel suo punto più stridente nell'accostamento delle due tesi : A) la letteratura non ha né deve avere scopi pratici; B) Shakesperare ha prodotto l'uomo occidentale che noi stessi siamo. Che serva una posizione mediana che renda conto dell'illogicità di questa giustapposizione è evidente, anche se non a Bloom.


Per il resto il libro è decisamente molto godibile e la concezione agonale dell'influenza - ogni autore lotta per la propria sopravvivenza e chi riesce a spuntarla riscrive il passato a suo proprio beneficio - è divertente e non infondata, anche se sovente Bloom si lascia andare al tifo sportivo e riempie paginate di "questo è meglio di quello" senza uno straccio di argomentazione critica (scordando il detto, altrettanto squilibrato ma da tener sempre a memoria, del suo maestro Northrop Frye: «Il giudizio di valore letterario è per il critico come la carota per l'asino»). Le sue letture dei singoli autori sono comunque spesso acute e altrettanto spesso tendenziose, come è giusto e fecondo che sia, anche se l'esagerazione è sempre dietro l'angolo (che Shakespeare, inventando personaggi che "origliano se stessi", abbia forgiato praticamente da solo la psicologia dell'uomo occidentale e che quindi non abbia veri e propri debiti letterari è, come dire, un poco azzardato).

Ad ogni modo vale la pena leggerlo, anche perché non è affatto una pena.
Gli effetti immediati sono, a mio modesto parere, decisamente positivi: nel mio piccolo ho subito ordinato l'opera omnia della Dickinson (di cui nella mia ignoranza abissale sconoscevo quasi tutto prima del Bloom); inoltre mi ha spinto a riprovare con Whitmann (anche se con scarso o nessun successo: evidentemente non lo digerisco e stop, tanto che ne sbaglio il nome: si scrive con una n sola) e sto rileggendo per l'ennesima volta l'Amleto, da cui vi lascio questa immortale massima:

Trattate ogni uomo secondo il suo merito, e chi sfuggirà alle frustate? Trattali sulla base del tuo stesso onore e della tua dignità. Quanto meno meritano, tanto più merito c'è nella tua generosità.
(Amleto, Atto II scena 2).
b.georg
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29/05/2009

b.georg
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26/05/2009

«Nel mio cuore ci sono due cose, fin da bambi­na: la fede in padre Pio, che mi ha aiutata a supe­rare i momenti più difficili della mia vita, e il so­gno di diventare ballerina».

Barbara Matera, candidata alle elezioni europee, dal Corriere


C'è un sacco di gente che crede a padre Pio. E un sacco che vorrebbe fare la ballerina. Moltissima gente poi ama guardare persone belle, o famose, o entrambe le cose assieme, vivendo un po' di luce riflessa. Sono tutte attività innocue, oltre che diffuse. Ma molta meno gente vuol fare politica e pochissima ama i politici. Ora, unire le due serie di cose non è facile, se lo fai maldestramente la maionese impazzisce. Ci vuole un bel po' di preparazione e abilità nello svolgere la ricetta, ma se agisci con pazienza, è l'uovo di colombo.

Perché ognuno vuole essere rappresentato da qualcuno che gli somigli. Il trucco probabilmente è dare a tutti, per tempo, uno specchio taroccato che mostra un'immagine sola e dirgli: questo sei tu. Poi basta vendergli quell'immagine per molto tempo e, al momento buono, candidarla. Ha funzionato in grande, i tempi erano maturi perché funzionasse anche in piccolo.
Poi, si sa, è successo quel che è successo...


(Eppure considera le cose anche da quest'altra angolazione: le persone fanno sogni, perché la vita "è" desiderio e non ci sono desideri degni e indegni e il loro valore non dipende dall'essere raffinati o ingenui, plebei o altolocati. Dipende dall'essere o meno i "loro" sogni. Ora invece stiamo tra chi vende desideri in scala dal più individuale al più generale, buoni per la ragazzina e per il Paese intero e funzionali a fottere entrambi nei rispettivi corpi vivi o elettorali, e chi non sa più desiderare né per sé né per tutti e così guarda ai desideri con sospetto pensando siano i desideri, specie quelli altrui, il problema. L'alternativa che a tutti viene posta è tra finire sbranati e vivere nella pancia dell'orco o digiunare fino a una nobile estinzione. Per rompere lo specchio, allora, immagino che non basti togliere il proprio nome dal menu delle pietanze. Occorre rimettersi in cucina e cucinare per sé e, magari, per molti.)
b.georg
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25/05/2009

Tre poesie da Disturbi del sistema binario, di Valerio Magrelli.





Un giorno feci questo esperimento.
Provai a mettere un’anatra di fronte
alle azioni compiute dalla lepre,
e poi la tenni ferma.
Fu come inserire un chiodo nella presa:
una vampata, e se ne andò la luce.
Negava. Tentai ancora. Sempre uguale.
C’è un relais, in quei disegni,
che non consente loro alcun passaggio
da un lato all’altro della prospettiva.
Per questo certe lepri sono in grado
di fare paralumi in pelle umana,
mentre l’inconsapevole anatra
volge il viso.


***


Dormo accanto a mio figlio.
È un letto di fortuna e lui mi ha accettato,
sia pure a malincuore. Così lo sento
a fianco, che sospira pesante,
stuoino di spuma, intreccio di bave,
telaio d’amore filato per quasi quindici anni.
Tremendo nella violenza che spavaldo esibisce,
insulti, offese come tiepida malta
per costruire il suo sé,
e la bestemmia come un Babbo Natale
cui lui stesso non crede, l’implume,
ma che gli serve a regalarsi questa
smarrita corazza di piume.


***


Creature biforcate e logo-immuni
mi sorsero davanti,
invulnerabili alla verità.
Ero entrato nell’era dell’anatra-lepre,
in una età del ferro, del silenzio.


***

b.georg
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25/05/2009

«Io ricordo bene i miei quattro nonni, ma dei miei otto nonni mi restano solo aneddoti frammentari. Quando si allacciava le scarpe, un bisnonno cantava una demenziale canzoncina in rima (che canto tuttora). Un altro era ghiotto di panna e rovesciava la scacchiera quando perdeva. Un terzo era medico di campagna. Sono tutti qui, i miei ricordi. Come possono, otto intere vite, essere ridotte a così poco? Perché, considerata la brevità della catena di informazioni che ci collega con i testimoni oculari e la ricchezza della conversazione umana, gli innumerevoli dettagli che compongono l'arco di vita di otto persone vengono dimenticati così in fretta?»

R. Dawkins, Il racconto dell'antenato, Mondadori, pag. 16.


(il post precedente è in buona parte una parafrasi non troppo mascherata del passo sopra riportato - e di altri due brani di altri due libri, citati in modo minore. Nascosti nella punteggiatura, il link alla pagina di Ibs relativa al libro di Dawkins, e il link della persona cui ne devo l'acquisto, circoscrivono il perimetro di questo esercizio alquanto futile incastrato dentro un tema così serio; realtà opposte unite dal loro carattere impervio. Il solutore-recensore, riconoscendo nella parafrasi il passo da cui è ripreso, avrebbe inverato la previsione e chiuso così un piccolo cerchio di senso legato a un ricordo, a una relazione. Purtroppo, o per fortuna, così come i ricordi sfumano e ogni vita sembra andare perduta, anche i nostri tentativi di costruire significati si rivelano spesso piuttosto balordi e per di più fragili e le tracce che devono guidare la presunta indagine che salva una porzione di senso in mezzo all'insensato sono quasi sempre invisibili, indistinguibili da macchie accidentali che non "indicano" nulla. La chiave del "gioco", si può dedurne con sentenziosità un po' pomposa, non è mai diversa da un mucchietto, che sembra casuale, di legnetti o paglie accumulati sul terreno franoso cui solo la solerzia dell'animale che li ha messi lì, con saggezza ignota a lui per primo, fornirà una possibilità di sviluppo inattesa.)
b.georg
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20/05/2009

So molte cose di mia nonna paterna, che ho conosciuto bene e che ci ha lasciati qualche anno fa. So molto meno della mia dolcissima nonna materna che è morta quando ero bambino (anche se il suo gesto, senza che lei lo volesse, ha tortuosamente segnato la mia vita e rimane per me indistruttibilmente inciso in un ricordo laterale, deviato, sviante; allusivo come la scena di un sogno.)
Dei miei nonni maschi invece so pochissimo, anzi quasi niente, se non che entrambi sono morti decenni prima che io nascessi, entrambi in guerra, entrambi giovani. Del secondo compagno di mia nonna materna, anch'egli defunto prima della mia nascita, so che era barelliere all'Ospedale Maggiore, quando la sua condizione di ubriacone glielo permetteva, che si ammalò e morì di cirrosi e che fu mio padre ad assisterlo negli ultimi tempi e so che lui, mio padre, ne conserva un ricordo insieme colmo di pietà e di disgusto. Questo è tutto quello che so.

È agghiacciante e banale, ma non puoi fare a meno di chiedertelo. Di tutta l'enorme, incalcolabile quantità di eventi, azioni, parole, sensazioni, decisioni di cui una vita apprezzabilmente lunga è fatta per come noi stessi la percepiamo dal punto centrale di osservazione che supponiamo di essere, di tutto questo a distanza di pochi anni rimane così poco? Anzi ancora meno: quando la mia generazione se ne andrà, coi nostri ricordi svanirà la nozione stessa che qualcuno di un tempo così evidentemente singolare come "lei" o "lui" ci sia mai stato. "Si rimane nel ricordo", ma il ricordo è fragilissimo, oltre che fuorviante e illusorio, e precipita rapidamente nel generale, nella storia, nella specie o in quel fluido movimento anonimo che la descrive. Ed è così per tutti, qualsiasi sforzo si faccia e a qualunque fede si aderisca: un continuo levarsi di torno.

Lo si può chiamare sentimento del tempo e, per quanto ne so, nessun pensiero è mai stato lontanamente all'altezza di questo baratro, di questo bordo, né è possibile che lo sia. E non perché non si possa dirlo o si debba restare in religioso silenzio. Probabilmente, intuisco, perché qualsiasi parola tu dica nasce proprio da quel bordo, lo presuppone e pur se in modo laterale e deviato non sa parlare d'altro che di quel bordo, del costante perdere e provvisorio ritrovare di cui acquisendo la parola abbiamo scoperto d'essere fatti.
b.georg
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20/05/2009

Tratto dal blog di Andrea Mollica, ecco uno degli ultimi sondaggi per le elezioni europee.

PDL 40,8
LN 8,5
PA 2,2
PD 26,1
IDV 7,5
PR 1,1
UDC 4,8
Com 3,1
SL 3,5
Altri 2,4

I dati disegnano uno scenario in realtà piuttosto noto, che non muterebbe se le percentuali fossero un poco diverse.

Il centrodestra raccoglie circa la metà del consenso elettorale e lo fa con due soli partiti: PDL e Lega. La restante quasi-metà del consenso elettorale, tolta una quota residuale di non allineati di destra (Storace), sta a "sinistra" di PDL e Lega, ma si compone di sei partiti nessuno dei quali alleato con qualcuno degli altri.

L'esperienza del passato evidenzia tre questioni piuttosto ovvie:

1) quando il "centrosinistra" (anche senza la recente variabile UDC) si presenta alle elezioni unito, è in grado di contrastare efficacemente il centrodestra in termini numerici.


2) Quando riesce a presentarsi unito alle elezioni e magari anche a vincere, il centrosinistra regolarmente si spacca durante la legislatura successiva a causa dell'assenza di un reale collante politico costituito da un progetto strategico comune.


3) Il centrodestra è riuscito a costruire la propria unità sulla base di un progetto politico, per quanto raccogliticcio e aiutato da circostanze favorevoli (la fuoriuscita dell'UDC, l'esistenza di Berlusconi). Il centrosinistra continua ad affidarsi, invece, o a soluzioni ingegneristiche che passano attraverso la riformulazione dei meccanismi elettorali (maggioritario, premi di maggioranza, referendum), pensando che quello che non si ottiene politicamente lo si possa ottenere per via tecnica, eliminando gli alleati: un'idea piuttosto primitiva che in 15 anni non ha portato alcun risultato. O viceversa persegue l'unità per via di tatticismi e accordi di basso profilo, spesso in chiave "anti" piuttosto che "per", con esiti sempre catastrofici quanto alla tenuta delle alleanze così costruite.


Quello che ne deduco, da osservatore non particolarmente acuto e solo a un livello formale, è che l'eclisse del centrosinistra durerà finché non emergeranno, contestualmente, una leadership e un progetto politico in grado di rappresentare per le forze sparse a sinistra del blocco PDL+Lega - o in alternativa per i loro elettori! - una prospettica strategica comune di lungo periodo. Cioè, non solo un accordo tattico, ma un'alleanza sulla base di un progetto di società.

Sarebbe stato piuttosto logico aspettarsi che una simile iniziativa partisse dal soggetto numericamente più grande, il PD, se non altro perché quello che può apparire un limite, la varietà di posizioni interne che una grande stazza porta con sé, in questi casi può valere come risorsa.
Osservando i vari posizionamenti in vista del prossimo congresso, purtroppo, non sembra al momento un'ipotesi molto credibile. Né Franceschini, né Bersani, né Letta appaiono possedere il profilo di "leader nazionale" in grado di federare in modo stabile la loro parte e le loro visioni strategiche appaiono piuttosto inadeguate, quando vi sono.
b.georg
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19/05/2009

«Gli ho chiesto cosa sarebbe accaduto se avessimo perso, e lui mi ha risposto che l'importante era la campagna elettorale, che l'obiettivo era quello di migliorare il processo politico nel Paese, di coinvolgere la gente. Mi spiegò che voleva costruire una relazione con i suoi sostenitori e che anche tra di loro nascesse una relazione. (...) Il web ci ha dato modo di avere più gente nelle strade, più sostenitori che hanno fisicamente bussato a un numero molto maggiore di porte e parlato davvero a un numero molto più grande di persone. Il nostro obiettivo non era quello di trasmettere un messaggio dal vertice alla base in modo nuovo, ma quello di creare, come voleva Obama, una relazione con i supporter e dei supporter tra loro, mettere le persone al lavoro, non con gli ordini, ma con gli stimoli, dando ad ognuno tutto il materiale necessario online affinché ognuno si sentisse libero di fare quello che sapeva fare meglio. Nei nostri video, nei nostri messaggi, Barack Obama appariva poco, il nostro messaggio non era "votate Obama" ma "fate sentire la vostra voce"».

dall'intervista a Joe Raspars, responsabile della campagna elettorale di Barack Obama per i nuovi media


Uno degli equivoci riguardo all'utilizzo della rete a scopi politico-elettorali sta in un'idea di partenza sbagliata, secondo cui internet servirebbe al più a diffondere il messaggio con "nuovi strumenti". Che poi sarebbero i video semi-amatoriali stile Di Pietro e poco altro: capirai la novità. Dato che non è così, per svariati motivi, dato che, al contrario, altri mezzi sono persino più efficaci per far giungere a destinazione il contenuto emotivo del messaggio, e dato che non siamo in Birmania dove ciò che dice l'opposizione è pressoché sconosciuto a chi utilizzi solo i canali e i media ufficiali (ok, anche qui un po' ci avviciniamo, ma visto il livello di ciò che l'opposizione dice da noi, quasi quasi è meglio così...), dato tutto ciò, la deduzione ugualmente sbagliata è che la rete sia pressoché inutile per spostare consensi.

La rete è inadatta a costruire centri focali di attenzione, va da sé: è costruita allo scopo contrario! Ed è ovvio che una mera diffusione del messaggio, con testi e video, sposta poco se nasce e muore sul web. Le discussioni intanto fanno cambiare idea alle persone meno di quanto le confermino nella loro idea iniziale, senza contare che un'azione di convincimento "ipnotico" sul modello dello spot elettorale è per principio poco efficace in un luogo dove chiunque la pensi diversamente può intervenire, quasi allo stesso livello del messaggio, per contrastare o smentire o spernacchiare quello che hai appena faticosamente finito di dire tra violini e squilli di tromba.

Tuttavia la rete può essere assai utile in politica, purché lo scopo non sia diffondere il messaggio, cioè aprirsi un sito personale con il proprio faccione e il curriculum in bella vista, o un blog in cui si parla al popolo per fargli giungere il proprio fondamentale e altrimenti introvabile progetto politico... quanto piuttosto a) creare una relazione tra chi si propone e chi lo potrebbe supportare, b) tra coloro che lo supportano tra di loro, c) infine tra chi lo supporta e chi è effettivamente destinatario di un "messaggio".

Attivare e motivare (o ri-motivare) sia chi è già della tua idea, sia chi lo è diventato da poco, sia chi è già militante, sia chi può diventarlo; fornire loro strumenti agili e leggeri per un'auto-organizzazione operativa efficente - la rete e i social media; attivare queste cellule distribuite e autonome sui vari territori non ultimi quelli "fisici", tipo scampanellare ai vicini di casa per fare campagna, portare volantini, discutere in salotto o fare un banchetto nella piazza del paese.

Un modo inteligente di pensare questo processo anche da noi è di vederlo in sinergia, non in competizione, con le strutture "fisse" di base di cui i partiti dispongono (sezioni, circoli ecc.). Un modello di guerriglia per "commando" ben informati e agili a muoversi nei propri territori da sviluppare durante le campagne, può benissimo convivere con un modello più strutturato, stabile, che costituisce il livello di base dell'organizzazione democratica - cioè dotata di cariche elettive - di un partito. Anzi, i due livelli possono aiutarsi e stimolarsi a vicenda.

Al momento esiste un caso di studio che apparentemente - salvo ulteriori analisi che pesino meglio i vari fattori - ha funzionato, ed è appunto la campagna per Obama.
b.georg
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18/05/2009


*
All’inizio e alla fine della vita i secondini
dell’aldilà, cani da guardia. Nel mezzo un ossequio
formale. Su tutto il resto regnano gli affari.
Per fortuna le truppe agli angoli del mondo
sono ben armate, non sparano confetti d’acqua
santa e se ti azzardi a entrare nel giardino
c’è il gabbio. Aspirine solo ai bambini buoni.

*
La macchina delle buone intenzioni è avviata.
Come risplende sul confine l’arcobaleno
delle sparatorie. Milita in un’armata
e ti faranno marciare. La madre piange sincera come
a Vermicino la trama perfetta che ha chiuso
il corpo in un camino.
Dio è dentro di lei, l’abominio sugli altri.
b.georg
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13/05/2009

"il fatto che Mentana oggi pianga dopo aver fottuto per quattordici lunghi anni, alla fine rimane solo un dettaglio. Storico, ma pur sempre un dettaglio."

Alessandro D'Amato su Giornalettismo
b.georg
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