18/11/2009

Un uomo di mezz'età pubblica un libro di esili, struggenti parodie, nel disinteresse generale - non ultimo il suo. Pochi mesi dopo il suo editore, un'esile, struggente parodia di editore, ovviamente fallisce. La scatola dei resi giace nella cantina dove verrà recuperata da ricercatori del XXIII secolo, alla ricerca di vinili di Michael Jackson.

(nel frattempo i veri amatori possono scaricare il pdf originale di quel libro qui)

b.georg
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12/11/2009

"Dentro non abbiamo niente di particolare, solo gli organi interni. Quel dentro cui pensi tu, è tutto fatto di fuori".

(*)


LATO A
Imbarazzanti scoperte nell'osservazione di sé

Osservo la mia mano. Mentre la osservo, osservo anche me che osservo la mia mano.

Passo ora ad alcune importanti considerazioni, non prima di aver provato il brivido di eccitazione tipico di ogni epocale esperimento scientifico - e anche quello di avere una mano niente male. Dunque: la seconda osservazione - osservo me che osservo la mano - sembra diversa dalla prima. Certo, sarei portato a considerarla un'ovvietà, una faccenda vagamente masturbatoria; tuttavia mi riesce così di rado fare due cose assieme, che non mi sembra il caso di passarci sopra. Così cerco subito di concentrarmi su quel tizio "che osserva me che osservo la mano", nel tentativo di coglierne al volo la natura.
Ma mi bastano dieci secondi di tentativi a vuoto per rendermi conto che si tratta di un tizio sorprendentemente difficile da afferrare, sfuggente e ambiguo. Se non ci credete, prendetevi due minuti e provate. Del resto, scusate: come lo dovrei afferrare, quel tizio? Con cosa? Ho già usato tutte le mani! Ad ogni tentativo di presa, anzi, quello si allontana di un gradino: io osservo la mano; io osservo me, che osservo la mano; io osservo me, che osservo me, che osservo la mano; io osservo me, che osservo me, che osservo me, che... eccetera. Sembra una fuga di specchi.

Insomma, c'è la percezione, ma poi c'è un residuo, c'è "qualcuno" che percepisce, si direbbe. Qualcuno che si mette, ogni volta, a una pur infinitestimale distanza dalla percezione della mano, come se le due azioni - che in definitiva dovrebbero essere me - non fossero del tutto coincidenti. Come se ci fossero, per così dire, almeno due me, separati da uno spazio vuoto. Che dentro di me ci sia il vuoto? Il vuoto fa di me ciò che sono? Un po' l'avevo sospettato, ma...

Prendete l'ago del termostato: quello si muove quando il suo "organo di senso", un piccolo affare sensibile ai cambiamenti di temperatura, gli trasmette il messaggio: ehi, c'è un calo della temperatura, vai sul numero corrispondente. Ma tutto finisce lì. Anzi propriamente non c'è nessun messaggio e nessuna trasmissione e nessuna voce nel deserto, ma solo collegamenti e spostamenti. Nel mio caso invece non c'è solo - mi pare - un passaggio di scariche elettriche dall'occhio al cervello, c'è - mi pare - dell'altro. Certo potrei ingannarmi, forse davanti a me non "mi pare" proprio nessuna mano e io sto sognando, anzi forse non c'è proprio nessun "io"; tuttavia quel residuo, pur aleatorio, pare non subire conseguenze decisive da un tale ipotetico inganno: è lì. O almeno "mi pare". Ma che ci sia o solo appaia non fa gran differenza per me, a ben vedere.
Forse potrei immaginare, o anzi costruire, un termostato talmente complicato capace di provare esattamente la stessa doppiezza che percepisco in me. Ma avrei solo spostato il problema, perché se non so cosa in me produce quella doppiezza, non so nemmeno da che parte cominciare per ri-produrla.

Posso provare a tradurre diversamente la questione con un’altra frase. Si sa che il linguaggio è menzognero, magari è colpa sua. Dunque: mentre osservo la mia mano, "so" che la sto osservando. Ma che "sapere" può mai essere quello che non ha alcun bisogno di parole? No, allora: mentre la osservo, "sono presente" alla mia osservazione della mano. Ma del resto come potrei essere assente? Che sciocchezza. Proviamo così: "sono cosciente" del fatto che sto osservando la mia mano. Ecco che una parola, apparentemente, risolve tutto. Io sono cosciente delle mie sensazioni, anzi "io" sono questa coscienza, quasi più di quanto sia quelle sensazioni. Bella trovata, come ho fatto a non pensarci prima?
Però se mi domando: cos'è questa "coscienza?", di nuovo non so rispondere. È un'ulteriore percezione che si aggiunge alla prima? Una condizione della prima? Uno dei due lati di cui si compone l'intero? La mano di là, io di qua, oggetto e soggetto, esterno e interno; sì ma anche la mano è "mia", cioè è il soggetto, dunque l'esterno è all'interno? "Mia" di chi? E mi viene un dubbio anche peggiore: come posso sperare di giungere a una risposta soddisfacente, considerato che il mio stesso domandare, in definitiva, pare avere come presupposto, come condizione di possibilità proprio ciò che dovrei indagare? (C’è una sola certezza in tutto ciò, infatti: non s’è mai saputo di esseri in-coscienti che vadano in giro a far questione di questo e quello).

Naturalmente non siamo mica nati ieri. C'è gente che si fa domande simili - certo meglio formulate -  da millenni. Per millenni i filosofi, i teologi, i moralisti, i letterati, si sono chiesti ad esempio: cos'è l'anima? (Il termine "coscienza" non era così frequentato, nei tempi remoti). Conoscere la risposta avrebbe significato capire quale legame intratteniamo con un essere superiore e cosa ci distingue dagli esseri inferiori. Questione importante, come vedremo tra poco. Oggi ben pochi si pongono la domanda negli stessi termini: l'anima pare alquanto scesa nella classifica dei nostri interessi.

Tuttavia è anche vero che le conseguenze che si intende ricavare dalle eventuali risposte alla nuova domanda - cos'è la coscienza? - non sono così differenti da quelle che si sperava di ricavare indagando l'anima. Cosa ci fa essere umani? In cosa ci distinguiamo dai non umani? La coscienza infatti, non diversamente dall'anima, è considerata un discrimine. Essa è ciò che, si ritiene, rende personali le sensazioni, le rende esperienze vissute, prime tra tutte le esperienze della gioia e del dolore. Sapere di soffrire - o avere la potenzialità come specie, se non come individuo, di tale sapere - è considerato il limite sopra il quale si debbono applicare rilievi di tipo etico e morale. Senza tale potenzialità di consapevolezza si ritiene infatti - esplicitamente o meno, non importa - che la vita non differisca in sé dal mero "funzionamento".


LATO B
Se ti taglio una mano, chi è che prova dolore?

Un meccanismo non prova dolore nel rompersi. L'aragosta immersa viva nell'acqua bollente, invece, si dibatte e "urla" il suo dolore in un modo che ci spinge al raccapriccio (a meno che non siamo cuochi professionisti). Ma se quel dolore non fosse che la mera somma finale di meccanismi biochimici - una tal sollecitazione provoca una tal reazione e così via - senza che vi sia alcun soggetto "lì dentro" capace di consapevolezza, o senza che in alcun punto del percorso biochimico si rintracci una qualche sostanza capace di suggerire la presenza di una tale capacità, quelle urla diventerebbero simili in modo imbarazzante allo stridore assordante del metallo un istante prima che l'ingranaggio si spezzi. Nel caso dell'animale, sarebbe una parte di un meccanismo funzionale alla vita che non implica di per sé alcuna consapevolezza: forse quelle urla altro non sono che un tentativo, sviluppatosi durante l'evoluzione, di spaventare l'aggressore, senza che ci sia dietro alcuna coscienza e tantomeno alcuna scelta consapevole e vengono attivate, in questo caso, per una sorta di errore o imprecisione percettiva che scambia il bollore per un aggressore animato e pericoloso. E come non avrebbe senso porsi scrupoli etici nei confronti del metallo, così le aragoste continuano a finire nell'acqua bollente.

Naturalmente viene da chiedersi: le aragoste sì, ma i gatti? I cani? I cavalli? I bambini? A che punto si situa la linea che separa la zanzara da tuo figlio? Si conducono esperimenti su animali di ogni tipo, anche se con quelli ritenuti superiori ci si fanno maggiori scrupoli, o meglio si elaborano ipocrisie più complesse, ma di certo non ci si fa scrupolo di sopprimere intere schiere di maiali e ricavarne salsicce. Giriamo quindi il problema su se stesso: se il dolore può essere considerato un mero meccanismo nell'aragosta, forse può esserlo anche in me. Anche io urlo, anzi io soffro: non sono mica solo un rompersi, non sono solo un dolore sviluppatosi evolutivamente e funzionante biochimicamente, io sono una sofferenza, un “io soffro”! Almeno credo. Ma forse no. Forse questa mia "coscienza" è solo un gioco di specchi: l'urlo è un meccanismo evolutivo e quella che chiamiamo volontà, espressione eminente del "me stesso" che suppongo di essere, non è che una pia illusione, qualcosa che giunge a cose fatte e si prende meriti non suoi. Ci illudiamo, riempiendoci la testa di entità inesistenti, puri labirinti autocreati, quando in realtà noi "veniamo vissuti" piuttosto che vivere. Quindi che non c'è alcun valore in me che non ci sia in una formica, o detto altrimenti: non c'è alcun valore in me tout court. E nemmeno in te. Sappilo bene quando farò di te quel che più mi aggrada.

Si capisce bene, viste le conseguenze, quanto sia stata grande l'importanza attribuita alla domanda iniziale: dalla risposta dipendeva forse la possibilità stessa di una qualsivoglia regola sociale.

Ma a furia di dibattiti furibondi, è pur vero che invece di avvicinarsi a una risposta, si moltiplicano le domande. Ecco di seguito un breve elenco di quelle più diffuse tra i partecipanti.
La coscienza è ovunque o da nessuna parte? O solo in alcune parti - in alcuni animali, ad esempio? E che parti di queste parti la producono? È fisiologica, o sociale, o culturale? Dipende dagli effetti retroattivi che la relazione con gli altri provoca in noi? Si tratta di un oggetto "reale", l’azione di un particolare distretto corporeo a lei deputato che l'esprime come una funzione, o è l'effetto complesso ma aleatorio di particolari pratiche, ad esempio alfabetiche, che reinterpretano gli eventi ordinandoli in modo peculiare? È la somma di molte altre capacità, come ad esempio la capacità di apprendere, o qualcosa del tutto diverso, specifico, originale? Oppure è sia l'una cosa che l'altra? E da quando inizia, quando finisce? Si è certi che non possa più tornare? Se non può esistere autonomamente, è lecito considerare disponibile il corpo che potenzialmente la accoglierebbe o l'ha già accolta? O invece si tratta di una potenzialità di specie, la cui assenza eventuale nell'individuo non è sufficiente per dar luogo a quella disponibilità?
Oppure niente di tutto ciò: è solo un'illusione, un effetto superficiale, un riverbero che non gioca nessun ruolo particolare e noi, a ben vedere, non siamo che termostati molto complicati che solo supponiamo di "sentire"? Ma come lo supporremmo? E se tale supposizione fosse errata, una pura bolla vuota e senza contenuto, cambierebbe davvero qualcosa di ciò che noi “crediamo di essere”? Ma soprattutto, non è un errore molto tipico usare un prodotto - lo strumento, il meccanismo - come modello retroattivo per "guardare"  eventi che lo precedono e ne sono a fondamento - i produttori?
E se fosse tutto un falso problema, un'ovvietà che solo noi, dotati di linguaggio, riusciamo a rendere infinitamente labirintica e complicata mentre invece appare in sé elementare e evidente, manifesta nel batterio quanto in Einstein?

È chiaro: qui non ne usciamo vivi.
Dobbiamo ancora domandarci "che cosa c'è dentro di noi, in verità", o sarebbe meglio cambiare discorso?


LATO C (?)
Porte girevoli, o di come la sincerità sia fraintesa

Conscio della mia inadeguatezza rispetto a un compito titanico, provo a cambiare discorso, anzi a prendere la cosa da tutt'altro punto di vista. Chiedere "cosa c'è dentro di me" forse ha qualcosa a che fare con la sincerità. "Cosa c'è davvero dentro di me?", si chiede il ragazzino fornicatore di fronte all'immagine di una vita santa verso la quale si sente così drammaticamente inadeguato. Quali moti mi animano, per davvero?

Spesso invochiamo la sincerità. Ma per essere sincero dovrei sapere prima di tutto cosa sono.
Ognuno però sa piuttosto poco di se stesso; come diceva uno, “io sono quello che tra tutti non incontrerò mai” (eppure ne scriveva). Quello che sappiamo di noi stessi è frutto di un gioco di specchi dall'origine incerta. Quindi sincerità sembra che significhi: attingere a un grado più elaborato, anzi più tortuoso, di menzogna, o di costruzione se si preferisce.

Ma non è a questa sincerità che si pensa quando si invoca la sincerità. Ciò cui si mira è un tentativo di scuoiarsi per vedere "cosa c'è sotto", e scuoiarsi è un'attività complicata, che oltretutto sporca il soggiorno. L'idea è che ci sia un nocciolo, un se stesso da sempre deciso, cioè un grumo inesploso da dipanare con interminabile logorrea. È assai probabile che se tutti provassero a essere sinceri in questo secondo e vano modo, singhiozzando uno nelle braccia dell'altro a tarda sera e tirando fuori le paure private più terrificanti e i pensieri di fallimento e impotenza e le terribili piccinerie bell'e buone, denuncerebbero, “dietro” ai propri atti, sentimenti molto comuni: passione, invidia, vanagloria, paura, senso di vuoto, desiderio di compiutezza, piacere, narcisismo, pietà e così via. Non credo scopriremmo niente di nuovo.

Potremmo contabilizzare le rispettive colpe o mancanze e i rispettivi punti di solidità, i pregi a cui ispirarci o gli insormontabili difetti che ci condannano; ma cosa distinguerebbe questa volontà di sapere circa noi o gli altri, dalla volontà di possederli o possederci? E c'è impegno più complicato, tortuoso, impossibile e inutile che tentare di possedere qualcuno o se stessi? Non è proprio il permanere di una distanza la condizione per articolare una relazione? Inventare un discorso su di sé per giungere a un "qualcosa", a un dato, a un "vero-di-sé" collocato dentro di noi che ci faccia permanere nell’essere che siamo, significa a ben vedere sottoporsi a un giudizio etico preventivo, già stabilito, già regnante, su ciò che è bene e ciò che non lo è. E questo giudizio è una profezia che si avvera, che ci trasforma in ciò che il giudizio decide sia "essere una persona".

Se fosse davvero possibile essere "sinceri", non si dovrebbe invece giungere molto presto al silenzio? Guardando dentro di noi potremmo giungere rapidamente a uno spazio vuoto, la non-cosa che ci permette di farci attraversare, di attraversare e di rimanere in qualche modo coesi, cioè di essere diversi da un sasso, ammesso che sappiamo davvero cosa sia un sasso. Si arriverebbe a un curioso “silenzio parlante”, che poi è stranamente proprio quello del sasso, o dell’animale o di noi stessi nel divenire sassi o animali o altro.

"Dentro" probabilmente non abbiamo segreti, solo gli organi interni. Ciò che ci accade e che siamo è tutto in superficie, perfettamente visibile: una visibile e determinata modulazione di carne. Siamo già nella verità e come non potremmo? Il dentro è tutto fatto di fuori. Non serve cercare di entrare negli altri, dato che noi siamo già negli altri, e nel contempo separati da loro, da sempre; diversamente non sapremmo per esempio parlare o fare un sacco di altre cose che normalmente facciamo "con" gli altri, dentro e fuori dagli altri, tra cui desiderare, soffrire ed essere indifferenti.

Quell’attività prepotentemente tautologica che è la costruzione di comuni forme e modi di vivere-assieme, non consiste nello scoprire la rispettiva verità, che è già tutta alla luce del sole (o non sarebbe) ma nel costruire forme di transitare gli uni negli altri. Riti, se si vuole chiamarli così. Forme pienamente vuote. Agio, anche se spesso disagio. Scrivere, ad esempio, può essere uno di questi riti che, come gli altri, ci fa diventare ciò che già siamo, spostandoci tuttavia impercettibilmente di lato e aprendo una nuova distanza. Non per costruirci sopra la nostra sincera verità. Per smantellarla, magari.

Non ci sono ovunque serrature, né chiavi, solo porte girevoli e noi siamo queste porte, questi transiti. Meno la porta è ostruita, più il transito funziona. Scrivere può essere un buon modo di levare intoppi, di scartare e lo scritto è lo scarto, il suo resoconto. Quando lo diciamo bello è perché parla di sé (parlando d’altro!) e piegato amorevolmente su di sé, si narra. Così possiamo alla fine persino amare noi stessi e il nostro corpo che piega e segna il mondo, operazione la più ovvia e complicata di tutte.


(*)
nota
La domanda che fa da titolo a questo post - cosa c'è dentro di me? - è stata rivolta tempo fa dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara ad alcuni blogger, tra cui il sottoscritto, assieme all'invito a rispondere con un pezzo di max 1400 battute, che sarebbe poi comparso sul sito del giornale suddetto (va detto che il senso di quella domanda non era: "cosa c'è dentro Giuliano Ferrara", come si poteva forse arguire, quanto piuttosto: "cos'è la coscienza?", oppure: "cosa siamo noi?").
Il pezzo che precede non è mai stato inviato. Il motivo mi pare (tragicamente) evidente.
b.georg
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10/11/2009

Sul Corriere, due pagine intere, in apertura, sui problemi della piccola impresa. Considerazioni.

Pro
È un buon esempio di investimento intelligente che si inserisce nel filone: proviamo a uscire dalla "crisi di senso" del giornalismo puntando sull'inchiesta. Ma che differenza di altitudine tra fare inchiesta su queste cose e farla sul letto del premier! Capacità di anticipazione politica, si chiamava una volta. Buona è anche la dose di informazione elargita su fenomeni fondamentali ma poco indagati, come assolutamente meritorio è l'intento di dar voce a fasce deboli del tessuto produttivo.
(Dice: ma il letto del premier vende di più. A parte che è discutibile che i problemi della piccola impresa vendano poco, il punto è il valore dell'investimento. Mi sbaglierò, ma a me pare che questro sia, nel medio periodo, più sicuro).

Contro
Mi pare si sconti, nell'impostazione del Corriere, quel tipico errore di fondo detto: mettere assieme le mele con le pere. "Errore" a essere poco maliziosi.
Domanda: sono forse gli stessi gli interessi della microimpresa familiare che lavora assieme ad altre cento in subfornitura in un distretto industriale, su prodotti di manifattura a scarso valore aggiunto e spesso con un unico committente, e quelli della multinazionale tascabile che fa meccanica di precisione con brevetti propri vendendola a tutto il mondo? Forse no.
E che scopo ci può essere, che non sia ideologico, nel mettere nella stessa categoria ("impresa") da una parte la Fiat e dall'altra le miriadi di cosiddette "ditte individuali", che si tratti di professionisti in senso classico o piuttosto di "lavoro autonomo di seconda generazione" che opera con contratti ultraflessibili di consulenza nell'impresa a rete?
E perché mai le decine o centinaia di migliaia di partite iva sostanzialmente fasulle aperte in questi  anni dovrebbero accomodarsi sulla stessa barca con quelli che, di fatto, sono i loro datori di lavoro fissi?

A me pare che si cerchi in questo modo, usando gli strumenti ideologici e la retorica un filo surreale dell'individualismo prometeico e dell'essere "imprenditori di se stessi", di "aumentare la massa critica", frullando assieme capitoli che stanno sotto "lavoro" e capitoli che stanno sotto "impresa". Lo scopo pare più chiaro se si analizzano le soluzioni proposte (riportate dal Corriere cartaceo nelle spalle laterali) che le punte più attive di questo arcipelago - guarda caso associazioni imprenditoriali - provano ad avanzare: riduzione dell'imposizione fiscale all'impresa e riduzione del costo del lavoro. Ma l'interesse di chi vuole ridotto il carico fiscale all'impresa non può andare troppo d'accordo con l'interesse di chi vorrebbe estese in modo universale le tutele al lavoro (welfare e ammortizzatori) che attualmente coprono solo una ristretta platea di soggetti. Così come, ovviamente, l'interesse di chi vuole avere maggiore potere contrattuale coi committenti non va d'accordo con l'interesse dei committenti medesimi.

E poi c'è il problema di fondo: in che modo riduzione della tassazione all'impresa può tradursi, in una fase come l'attuale, in aumento della domanda? Una riduzione generalizzata e non mirata di quelle tasse andrà in ripianamento del debito e in tesaurizzazione, in attesa di nuovo impiego remunerativo nei circuiti finanziari in funzione di rendita - salvo forse il caso della media impresa innovativa. La domanda - credo, ma qui servono gli esperti, io di economia sono un orecchiante - si alza in altri modi: ad esempio tassando meglio la rendita per finanziare i salari - diminuendo cioè le quote di salario differito - e fornendo servizi efficienti, attraverso una riorganizzazione universalistica del welfare. E qui casca l'asino (cioè, nella fattispecie, la sinistra).

Su questi temi segnalo il blog Humanitech
b.georg
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27/10/2009

***

- Basta con la nomenklatura, basta con le decisioni di apparato. La voce deve tornare al popolo! Primarie subito!

- Già fatto. Le hanno vinte.
- Non mi riconosco in questo partito.

***

- Nella modernità ci vuole un partito aperto, un partito plurale, basta con gli steccati, basta con le preclusioni e le vecchie chiusure ideologiche!
- Ha vinto un ex ds.
- Me ne vado.
b.georg
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22/09/2009


I jeans le piacciono?

«Non ho simpatia per questo genere di abbigliamento, sono un po' stufo di vederli».

Li ha mai indossati?
«Mai, lo snobismo della rusticità è sempre sgradevole».


È importante avere una guida nella vita e io da tempo ho scelto lui: da chi altri potrei imparare il buongusto? E lo sapevo, lo sapevo che non mi sbagliavo! Anche questa volta è una nerbata che mi elettrizza, una luce che perfora la nebbia. Così alzo subito gli occhi dall'assetata lettura - l'intervista a Gillo Dorfles sul Corriere, pagine di Milano: «Perché la moda mi interessa» - e lancio un'occhiata indagatrice alla popolazione del mio vagone metropolitano delle 8,15. Della ventina di persone che riesco a vedere, almeno dieci indossano jeans, e di questi: tre peruviani, due ragazzi sdruciti che vanno a scuola (insignificanti minorenni insapore), tre scialbe impiegatine con la sportina di cartoncino al braccio - jeans attillatissimo, modello blu scuro - un giovane non ben identificato di quelli che non si capisce mai che lavoro facciano e una mamma sovrappeso che sicuramente fa l'impiegata statale, rappresentante di quelle élite che non vogliono mollare le loro rendite così deleterie per il Paese. Punto il mio sguardo sui peruviani, perché io lo so dove si annida il male. Papà, mamma e una creatura incolpevole, tutti e tre coi jeans e oltretutto il modello chiaro e un po' largotto. Li guardo e li sto già compatendo: sono talmente persi nel loro snobismo della rusticità... Questa recita, questa spocchia così risaputa e scontata... Non lo sopporto, devo quasi distogliere lo sguardo. È proprio vero, l'autentica democrazia del gusto non è per tutti.
b.georg
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16/09/2009

Sono utili, sono semplici, li usano tutti. E calzano alla perfezione. Modelli in similpelle a metà prezzo. Offerte speciali per militi e pensionati.

(Ricevi a casa tua lo splendido catalogo a colori scrivendo a xxxxx@xxxx)

***

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO. I NUOVI MODELLI


Questa cosina qua
«Oddio che cosa bizzarrissima e ironicissima ho appena visto, non so proprio come fare a non comunicarvela!».

Bridget
«Non trovo il fidanzato e ne parlo molto, con un pizzico di agrodolce ironia».

Siffredo
«Per misurare la nostra proverbiale ironia facciamo un bel sondaggio».

Bridget Maxi
«Me ne succede una al giorno, sono proprio una simpatica pasticciona, ma per fortuna conservo il mio buonumore e una giusta dose di saggia autoironia».

Trivial
«Mi sto mettendo le dita nel naso (facendo il bidet), come sono ironico ah ah».

Intimissimo
«Oggi mi sento un po' così... Purtroppo non so se riuscirò a conservare quell'ironia e quella leggerezza che sempre mi contraddistinguono».

Comic sans
«La cronaca mi offre sempre nuovi spunti per fare commenti davvero ironici e spiritosissimi, e per fortuna che io sono un umorista davvero inesauribile».

Uterale/reale
«Infilo otto parole a caso molto suggestive e oscure così si intuisce che parlo di me ma non si capisce una mazza. Pensano sia ermetico, nessuno sa quanto sono tortuosamente ironico».

Sentimental
«Ogni tanto mi arriva 'sto momento che devo fare una riflessione sull'esistenza profonda e velata di malinconia, ve la dico così come mi viene (nei commenti però torno ironico eh)».

Figli d'arte
«Non posso proprio fare a  meno di sembrare irrimediabilmente stronzetto e scostante qualsiasi cosa dica, ma è solo il mio modo di esprimere una deliziosa e straniata ironia nei confronti della bizzarria del mondo. Tanto vale farne un mestiere».
b.georg
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10/09/2009

Cosa dovrebbe fare un partito di opposizione al 25-30% per migliorare la propria sorte? A buon senso, almeno queste tre cose:
- definire un profilo politico e identitario forte e autonomo, nettamente distinto da quello dei suoi avversari;
- costruire un sistema di alleanze omogenee;
- sperare nella disgregazione politica degli avversari al governo e cercare eventualmente di costruire, attraverso la propria offerta politica e alla luce del sole, dei motivi per favorirla.

Più o meno quello che ha fatto il PDL quando era all'opposzione, no? Era alleato con la Lega sapendo di non poter vincere da solo e ha cercato altre alleanze al Sud, ha costruito nel tempo un profilo identitario forte (una sorta di neo-comunitarismo conservatore condito in salsa berlusconiana) e ha brigato per mostrare ai centristi dell'Unione che la loro scelta a favore della sinistra era stata avventata.

Per Panebianco, autorevole e ascoltato notista politico del Corriere, l'attuale a dir poco pallidissima immagine del PD deriva invece dal fatto che:
- spera nella disgregazione dell'avversario previa fine politica della persona di Berlusconi (accusa che semmai andrebbe rivolta a Casini e magari a Fini, oltre che al partito-Repubblica: che il PD abbia mosso un dito per disgregare politicamente il centrodestra è tutto da dimostrare e aggiungerei purtroppo);
- cerca alleati invece che insistere sulla propria vocazione maggioritaria (!), che dev'essere una formula magica che se la pronunci ti procura il 51% con la sola imposizione delle mani;
- su punti importanti di identità politica, come ad esempio l'immigrazione, il PD non la pensa esattamente come il governo, ma al contrario palesa l'incomprensibile velleità di essere contrario al reato di immigrazione clandestina e di non ritenere che i respingimenti siano una bellissima cosa (posizioni terzomondiste, secondo Panebianco, che cita a sostegno lo Zapatero muscolare, fidando sulla forza del noto argomento "se uno fa una cazzata perché non dovrei farla anch'io?")

Ma lo fanno il test del palloncino in redazione del Corriere, prima di distribuire fogli e pennarelli?
b.georg
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07/09/2009

Insomma non è stupefacente che, costruendo una campagna politica su questioni di morale personale e nello specifico di morale sessuale, si finisca per riconoscere e di fatto giustificare un ruolo centrale a chi dell'intromissione nella morale personale e sessuale fa la sua ragion d'essere, cioè alla gerarchia cattolica?

E poi non è stupefacente che, dando quei contenuti alla propria battaglia, ci si trovi a dover solidarizzare con chi, solo qualche mese fa, definiva Englaro un boia?


Non è stupefacente che il tentativo piuttosto scoperto di infilare un cuneo tra chiesa e governo puntando su questioni di morale personale, si risolva in un regolamento di conti interno a quei due soggetti che finisce per mettere fuori gioco i più moderati e timidamente critici a favore dei falchi?


E d'altro canto non è stupefacente che, accendendo tutti i riflettori possibili e immaginabili su una persona, si contribuisca a ingigantire la sua centralità nell'immaginario collettivo - impresa che, considerata la smisuratezza dell'ego della persona in questione, i mezzi di cui dispone e la sua già nota tendenza al culto della personalità pubblico-privata, pareva francamente impossibile?


Non è stupefacente, infine, che il tentativo di far esplodere le contraddizioni nell'opposto schieramento appoggiandosi a temi che mai starebbero nell'agenda del proprio (quel genere di campagne tipo; «I leghisti non difendono a sufficienza il nord, vedi Malpensa?», o: «Anche i presunti cattolici sono gran peccatori, guarda B.», o ancora: «Malgrado il vostro razzismo le strade sono ancora insicure, ecco la foto del rom che strupra col pensiero»), non è stupefacente che finisca per aggravare le proprie, di contraddizioni, rendendo ancora più complicato chiarire con chi si è d'accordo e in vista di cosa,
dando centralità all'agenda degli altri come fosse l'unico terreno possibile di discussione e l'unico progetto di società disponibile sulla piazza, comprimendo tutto lo spazio di manovra della propria parte e riducendo all'afasia politica il maggior partito d'opposizione, già di suo piuttosto portato alla confusione mentale e al silenzio?

Dai, non è stupefacente tutto ciò?


No.
b.georg
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04/09/2009

Se fossimo complottisti, o romanzieri, potremmo raccontare che, preoccupato dalla piega che andavano prendendo gli eventi e da certi spifferi e scricchiolii, qualcuno non troppo esposto ma molto informato ha aperto un polveroso cassetto di una polverosa scrivania in una fumosa sacrestia dove era conservato in mezzo a scartoffie senza valore, per non dare nell'occhio e per ogni futura evenienza, un certo oscuro documento, l'ha piegato in quattro, infilato in una busta senza mittente né destinatario e fatto recapitare, a mano, alla persona giusta.

Mai spingersi oltre e turbare equilibri troppo precari per resistere a scosse violente. Ora tutto può tornare a quella fruttuosa collaborazione che abbiamo tante volte sperimentato, per il bene superiore. Il grande peccatore assicura discrezione, d'ora in poi, e la consueta solerzia nella produzione di buone leggi, la sacrestia torna finalmente alla sua missione morale e alle sue prediche ai fedeli e ai suoi ammonimenti e ai suoi consigli, il sacrificato, facendosi da parte, dà la colpa ai nemici di chi l'ha sacrificato assicurandosi così la benevolenza e il risarcimento che gli spetterà, una volta accettato e scontato il giusto rimprovero per i suoi peccati di vanità. Il suo ex giornale passa a CL.


Ma noi non siamo complottisti e ahimé nemmeno romanzieri e siamo incapaci di distinguere la veridicità di questa da quella di altre, persino peggiori, versioni dei fatti. Così non ci resta che continuare a sorridere perplessi e a scuotere il capo di fronte ai tanti misteri del mondo.
b.georg
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02/09/2009


IL COMPLOTTO CONTRO GIULIO: FINALMENTE LE INTERCETTAZIONI


[nota del direttore] Dietro le improvvise, clamorose dimissioni dell'ormai ex segretario Cesare Giulio, segnalato attualmente in una località della costa tunisina, si stendeva, ignota ai più, una fitta trama di movimenti occulti e di relazioni interne al sottobosco del potere capitolino. È quello che possiamo dimostrare grazie alle intercettazioni giunte a questa redazione da fonti che non possiamo rivelare. Le trascrizioni non lasciano ulteriori dubbi: si è trattato di una congiura di palazzo condotta nell'ombra e senza scrupoli. Le voci di un ricatto di natura sessuale, circolate insistentemente nei giorni scorsi e di cui esisterebbero anche prove fotografiche, non vengono al momento né confermate né smentite. Intanto il senatore Cicerone, sfiorato dagli schizzi di fango di quello che promette di essere lo scandalo del millennio, è partito ieri per le isole greche a bordo del suo deltaplano Dedalus, senza rilasciare dichiarazioni. Ma ecco i testi, così come sono giunti sul nostro tavolo
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***


Telefonata, 15 febbraio, ore 18,30. Il giornalista Gaio Cassio chiama Marco Bruto, figlio dell'attrice Servilia Cepione, nota amante del segretario Cesare Giulio.

CASSIO: Venite a vedere le corse?
BRUTO: No.
CASSIO: Ma vi prego.
BRUTO: No, non mi piace la calca: non sono mica un Marc'Antonio! Andateci voi, Cassio, non ve lo impedisco.
CASSIO: Bruto, vi sto attenzionando da qualche tempo: siete spento, non vedo più in voi quell'allegria gaia che trovavo prima.
BRUTO: Niente moine, Cassio. Se vi sembro triste è solo per, ehm, questioni personali.
CASSIO: Scusate, Bruto, devo aver interpretato male il vostro stato d'animo; però dovreste vedervi... Avete una cera!
BRUTO: Ma che avete, il videotelefono?
CASSIO: Eh, ci vorrebbe proprio un aggeggio del genere. Sapete, i migliori di Roma, tolto Giulio, pensano ai nostri tempi difficili e vorrebbero che un ggiovane stimato come voi, pieno di meriti, avesse mille occhi per vedere...
BRUTO: Parlate con lingua biforcuta, Cassio, dove volete arrivare?
CASSIO: Ora vi spiego, non voglio dire niente di voi che già non sapete.
(Si sentono rumori di fondo, grida e acclamazioni da stadio)
BRUTO: Che baccano d'inferno. Temo proprio che il popolo voglia eleggere Giulio sindaco. E sticazzi.
CASSIO: Ah sì, lo temete? Allora devo credere che non lo vorreste?
BRUTO: Non lo vorrei, Cassio, ma cosa importa? Eppure lo amavo molto...



Telefonata, 17 febbraio, ore 16,30, utenza privata del segretario Cesare Giulio. La voce dello sconosciuto è rozzamente contraffatta ma l'utilizzo di appositi software fa sorgere il sospetto che si tratti del giornalista Gaio Cassio che si tappa il naso con le dita.

GIULIO: Chi è?
SCONOSCIUTO: ehhhm... Giulio?
GIULIO: Sì, sono Giulio. Non ha parlato con la mia segretaria? Ineeeeeesss!! (...) Senta, che cosa vuole, faccia in fretta che ho da fare!
SCONOSCIUTO: Guardati dalle Idi di marzo.
GIULIO: Eh?
SCONOSCIUTO: Cioè... dalle cariatidi di palazzo.
GIULIO: ...
SCONOSCIUTO: Pettegolezzo... amorazzo... il sollazzo del popolazzo. Cazzo.
GIULIO: Ma cosa sta dicendo? Chi parla? (parole incomprensibili) Cosa devo guardare? Ma chi sei? Sei uno dei soliti ciceroniani vero? Perfino sulla linea privata! Sono 20 anni che mi perseguitate! (voce disturbata, probabilmente si rivolge a qualcuno presente nell'ufficio)
GIULIO: Rintracciate la chiamata! Allora chi sei? Cosa vuoi?
SCONOSCIUTO: Guardati dalle Idi di marzo. Daje. (riattacca)
GIULIO: Sì vabbe'. Se pensate che io molli siete degli illusi! Io non mollo! Capito? Non mollo! Villani!



Telefonata, 22 febbraio, ore 17,03. Il giornalista Gaio Cassio chiama Publio Casca, sottosegretario al turismo in quota al partito del segretario Cesare Giulio. I due discutono di una recente seduta del Senato.

CASSIO: Ha detto nulla Cicerone?
CASCA: Sì, ma ha parlato in latino. Il solito passatista.
CASSIO: E che cosa ha detto?
CASCA: (linea disturbata, testo incomprensibile).
CASSIO: Ceniamo insieme stasera, Casca?
CASCA: No guarda, ho già un impegno.
CASSIO: Domani?
CASCA: Sì, se sono ancora vivo. Basta che non mi date buca e che il ristorante sia all'altezza.
CASSIO: Bene, vi aspetterò.
CASCA: Va bene.



Telefonata, 3 marzo, ore 22,30. Il sottosegretario Publio Casca chiama il giornalista Gaio Cassio.

CASSIO: Chi è?
CASCA: Un romano.
CASSIO: Ah be', complimentoni.
CASCA: Cassio, che notte terribile!
CASSIO: Una notte piacevolissima invece.
CASCA: Io un temporale simile non l'ho mai visto.
CASSIO: Sciocchezze, io amo camminare sotto la pioggia. Tempra l'uomo e anche il soldato!
CASCA: Sarà, ma io me la faccio sotto con 'sti fulmini.
CASSIO: Siete una pappamolla, come tutti i romani. Uno più di tutti.
CASCA: Intendete Giulio, non è vero?
CASSIO: Sia chi sia: i romani si sono rammolliti, questo buonismo li ha resi uguali a femminucce!
CASCA: A proposito, pare che domani i senatori intendano candidare Giulio alle primarie.
CASSIO: Io porterò il pugnale, allora; Cassio non sarà mai un rammollito!



Intercettazione ambientale disposta dall'autorità giudiziaria nel loft romano di Marco Bruto, 8 marzo. Risultano presenti Il giornalista Gaio Cassio, Marco Bruto, il blogger Metello, il consigliere comunale di Monza Decio.

CASSIO: Ma, Cicerone? Dobbiamo sondarlo? Penso che sarà decisamente con noi.
CASCA: Non possiamo lasciarlo fuori.
CINNA: No, certamente.
METELLO: Portiamolo dalla nostra parte. La sua fama di vecchio furbone bilancerà la nostra di giovani babbei.
BRUTO: Oh, no, non lo nominate neppure, non tocchiamo la questione; lui fa solo ciò che può dirigere personalmente.
CASSIO: Ah, allora lasciamolo fuori.
CASCA: Infatti non è adatto.
DECIO: E nessun altro sarà toccato all'infuori di Giulio?
 


Telefonata, 15 marzo, ore 17, Marco Bruto chiama Gaio Cassio. I due sono nella sala dell'Hotel Ergife dove si svolge il congresso del partito e sembrano commentare gli avvenimenti immediatamente precedenti alla nota votazione contro il segretario Cesare, cui seguiranno le sue dimissioni volontarie, motivate con gravi motivi familiari.

BRUTO: Ma che cosa ha detto xxxx? (decifrazione difficoltosa, ma pare dal resto della conversazione che si alluda a Popilio Lena. Il noto presentatore televisivo ha negato ogni addebito minacciando querele).
CASSIO: Si augura che la nostra impresa di oggi abbia successo. Il che vuol dire che ci hanno scoperto! Lo sanno pure i muri! A Roma un segreto non dura dieci minuti, porcazozza!
BRUTO: Guardate, ora sta andando verso Giulio.
CASSIO: Ci hanno scoperto, lo sento! Speriamo che Casca faccia presto. Bruto, che si fa? Se ci hanno scoperto siamo finiti. Finiamo all'opposizione! Io mi ammazzo! Faccio una scissione!
BRUTO: Cassio, state calmo; Lena non parlerà; guardate, sorride come al solito, e Giulio non cambia espressione.
CASSIO: Ecco, il diversivo di Trebonio funziona: attira Marc'Antonio in disparte. È il momento di agire! Daje!





(Liberamente tratto da: W. Shakespeare, Giulio Cesare. Si ringrazia il bardo per aver fornito i testi e Renato Pozzetto per aver indicato come rovinarli.)




b.georg
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01/09/2009

Come accade a tutte le testate che hanno a cuore l'istruzione dei propri lettori, anche qui non può mancare la temibile rubrica di libri per le vacanze (in cambio, niente diapositive di spiagge, ritratti pensosi e sorridenti e monumenti). A differenza degli altri, però, noi i libri li leggiamo, quindi finiamo per arrivare con un certo ritardo alla prova costume. Ma possiamo assicurare che, in quanto a superficialità e a brevissimi giudizi tranchant, non saremo secondi a nessuno. Del resto l’estate è un atteggiamento dello spirito che non ci riguarda. Viva la nebbia, viva le foglie morte. Buona lettura.

(Provando una certa pena nei confronti dei recensori titolati che inzuppano di "riassunti della trama" i loro pezzi per allungare il brodo, chiariamo che qui non diremo nulla dei contenuti delle opere, sempre ammesso che una cosa come un contenuto esista in natura.)


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Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte.
È stato definito un meraviglioso fallimento e non si può dar torto a chi l’ha detto. Più profondo e toccante di Gatsby nei temi e nel modo in cui i personaggi sono trattati, più maturo nello stile che tiene insieme perfettamente leggerezza, ironia e tensione drammatica, è ahinoi piuttosto sgangherato nella costruzione. Scritto quando Fitzgerald era ormai sovrastato dai suoi guai, pubblicato nel 1934 per disperazione, sottoposto ad almeno cinque versioni nessuna delle quali lo convinceva, ritoccato affannosamente mille volte senza raggiungere una forma definitiva, rimane una costruzione bellissima ma palesemente non rifinita, costituita da vari blocchi splendidi piuttosto slegati tra loro e di incerto equilibrio. Il miglior segno del suo inestimabile valore sta tuttavia nel fatto che, pur malamente assemblato intorno a un plot tenuto assieme con lo spago, quasi non ne risente.


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Virginia Woolf, Orlando.

Be', che dire. Libro del 1928, ma qui la Woolf in stato di grazia è in vantaggio di 30 anni buoni sulla letteratura occidentale. La sua vena sperimentale non si propone in questo caso di decostruire e complicare ma di riassemblare, reinventare, rianimare e infine fare risplendere il suo e il nostro passato. Le forme, gli stili, le maniere, le mentalità di 300 anni di letteratura risvegliate e condensate in una vicenda fantastica narrata con raffinatissima ironia.


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Gorge Saunders, Il megafono spento
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Raccolta (2007) di brevi saggi e reportage dell’autore di due delle più belle, divertenti, grottesche e brillanti raccolte di racconti che io abbia letto negli ultimi anni (i consigliatissimi Pastoralia e Il declino delle guerre civili americane). In questo libro si parla di società dell’informazione, di Vonnegut, di immigrazione clandestina, di giovani aspiranti messia, di hotel lussuosi e di altre amenità. Alcuni pezzi sono davvero ottimi (il reportage sulle ronde anti-immigrazione al confine col Messico è spassoso), altri sono godibili, altri ancora un po’ così… Alti e bassi insomma. Una buona lettura, comunque, anche se il paragone con i libri di non-fiction di Wallace, che un po' viene spontaneo anche per via dell'editore che l'ha tradotto, è tuttavia piuttosto impietoso. Meglio come narratore.


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Jane Austen, Persuasione.

1818 (postumo). Una vicenda quasi immobile, pochi eventi pressoché irrilevanti, qualche cena salottiera, molte chiacchiere, banalità, i sentimenti più consueti e ovvi di un gruppo di personaggi del tutto interni al proprio piccolo ambiente sociale. Ma consegnali a una penna meravigliosamente acuta, sicura e netta e ne emerge un quadro tridimensionale ricco di caratteri universali, passioni sottotraccia, invidie, meschinità, delizie e splendori capace persino di aprire sguardi su una nuova epoca e un nuovo modo di scrivere e di pensare. C'è speranza anche per i socialmedia, insomma.


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William Faulkner, Mentre morivo.

1930. Forse un po’ meno radicale di Assalonne sul terreno dello sperimentalismo modernista (qui le varie voci narranti sono perlomeno riconoscibili, riducendo un poco la difficoltà di una scrittura condensatissima e visionaria), infinitamente dolente nella feroce descrizione della stupidità e della follia, enormemente ricco e concentrato nei temi tanto da somigliare a un libro dell’Antico Testamento. E, come al solito, scritto da dio. Luce d’agosto è forse il più lirico e completo del libri di Faulkner, Assalonne è una possente opera-mondo; Mentre morivo è piuttosto un apologo feroce che marca quella linea-Faulkner che attraversa la letteratura americana portandovi l’ambizione di una letteratura altissima e insieme vagamente folle, massimalista, definitiva.


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Richard Powers, Il tempo di una canzone
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Libro del 2003. Dicono sia il capolavoro di Powers. Io onestamente, tra i suoi che ho letto, trovo superiore Il dilemma del prigioniero e persino Il fabbricante di eco, su cui avevo parecchio da dire, mi pare più interessante. Qui Powers a mio parere tende a comprimere un po’ troppo i come al solito numerosi nuclei tematici dentro una gabbia preordinata di idee. Razza, identità contro non identità,  mescolanza e meticciato, cultura come strumento di potere o di emancipazione, musica colta e musica popolare, il consueto "toccante ritratto di una nazione attraverso quattro generazioni di meravigliosi personaggi" (uff...) e persino, perché no, il tempo e la fisica post einsteniana: tutti temi che finiscono per appiattirsi e allinearsi allo scopo di fornire il minor attrito aerodinamico rispetto alla direzione di marcia della macchina narrativa, col risultato di tendere però un po' troppo al didascalico e all'edificante. Intendiamoci, la storia è godibile, Powers è abilissimo e informatissimo (fin troppo: anche qui come nel Fabbricante ha l'aria di essersi fatto una full immersion in tecnicalità non sempre così necessarie alla storia), ed è intelligente e avveduto oltre la media, tanto che di cose veramente sbagliate nel libro non ce ne sono. Il fatto è che cercare l’acuto, caricare a mille il tono accorato fino allo spasimo per 800 pagine di fila può far male alle tonsille, secondo me (alla quindicesima volta che qualcuno "ha cantato come nessun altro ha fatto mai nella vita" cominci a chiederti se stai leggendo Powers o un resoconto di x-factor. E va bene che il protagonista è un cantante e si parla anche di Opera, ma se si insiste troppo coi cuori spezzati dalle vicende crudeli della storia si finisce per non situarsi troppo lontano dal melodramma, non facendo un gran servizio, secondo me, alla propria causa.)

b.georg
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07/08/2009

«
La natura inanimata è del tutto cerimoniosa e rituale. Vedi le nubi? Pioverà. Anche gli animali, anche gli animali sono assai cerimoniosi e rituali. Guarda l’orrendo piccione come immancabilmente ruota su se stesso, danza, gonfia le penne di fronte alla femmina ritrosa. E la lepre isterica si acquatta quando la volpe trotta lontana, ma se giunge al bordo del perimetro invisibile oltre il quale la fuga è troppo ardita, si alza dritta, immobile e lancia la sua sfida. È un calcolo impossibile di velocità, traiettorie, asperità del terreno, eppure soddisfa entrambe, così che ognuna riprende la sua strada desistendo dallo scatto. Ma puoi star certo che, se è lepre, in quell’istante esatto si alzerà. Un’astuzia infallibile, o piuttosto un colare di gocce dell’umore giusto giù nel nervo dorsale. Oppure, una cerimonia inconsapevole recitata da automi, il solo autore: il palcoscenico.

Gli uomini antichi, infine (e all’inizio), erano così cerimoniosi e amanti dei rituali da inventarseli dal nulla, la cerimoniosità e i rituali, inventando così anche se stessi. I primi tra loro che trovarono opportuno dare un nome alla propria stirpe lo fecero con suoni perduti per sempre, ma il cui senso, senza dubbio, era: "coloro che di ogni gesto fanno cerimonia". E intesero in modo così serio e impegnativo questo curioso e sorgivo raddoppio di mondo, codesti millenari fondatori, da immaginarne l’origine a ritroso, nell’antico passato degli animali e della natura, di cui impararono a simulare l’aspetto e i gesti, ornandosi di penne il capo e di colori il corpo e inscenandone le potenze e le carni, la vita, la passione, la morte che, da quel bordo sacro di palcoscenico, ora vedevano scorrere impetuose. Imparando a voltarsi indietro, sporgendosi dal bordo, crearono il circolo qui evocato, che si potrebbe descrivere infine come una differenza costruita sulla nostalgia di un’identità che non c’è mai stata. Crearono, cioè, colui che si volta e ciò che guarda, e la distanza che tra loro ogni volta nuovamente si apre.

Fu dall’antica radice della cerimoniosità e dei rituali che lentamente si separarono, procedendo in diverse direzioni, tre distinti ma imparentati rami: la religione, il teatro, il potere temporale. E da questi rami fiorì, in fronde ricche e intricate, quel che ne consegue: la poesia e il canto, le saghe e i tribunali, i preti e la delizia delle sublimi torture, i filosofi, quelli torturanti e quelli torturati, da lì vennero la regina e il principe consorte con la loro corte di giullari, dame di compagnia e gentiluomini forbiti e spiritosi, vennero i letterati di corte e quelli da giardino e ancora gli architetti, gli agrimensori, gli avventurieri, i cardinali, le spie, i magnaccia e le puttane, i lacché e i loro padroni, i servi, i ribelli e infine cani, maiali, topi, scarafaggi e popolo minuto ossia, a farla breve, tutto quanto. Venne quel che si può vedere ruotando lo sguardo in ogni direzione, ogni cosa costruita di materiale aereo, apparente, in special modo quel che è giudicato più resistente e alieno: di invisibili rapporti, di diagrammi, spinte, controspinte e passi di danza.

Così, facendo cerimonia di sé o meglio della propria millantata origine, facendosi piega del proprio essere piega e poiché ogni rituale è un ritornare dove non si è mai stati, la cerimoniosità procedette per moltiplicazione, una cellula dall’altra colonizzando tutto quanto. E più procedeva, più impallidiva, si scioglieva, svaporava e infine regnava indefinita, come una nube così diffusa da risultare impercettibile nell’azzurro del cielo, ogni rituale succedendo all’altro, ogni abolizione o estinzione per inedia o per fucilazione mettendo capo a un rituale più invisibile, rarefatto e segretamente espanso. Sbaglierebbe allora chi vedesse nella cerimoniosità e nei rituali l’origine della differenza umana. Ma sarebbe in errore chi li intendesse come barbarie da cui fuggire, la gabbia in cui sempre soffoca lo spirito dei tempi. Perché se è vero che sono la fonte dell’incivilimento e in essi ci distinguiamo dalla bestia cui pure li attribuiamo, è vero insieme che l’incivilimento coincide con la battaglia costante e progressiva contro gli antichi rituali, ed è vero infine che tale battaglia coincide con la sempre più vasta e sottile diffusione dei rituali nuovi. Vista da qui la differenza umana, se mai si può afferrarne la figura, è solo un paradosso, una fragile curva piegata intorno a un asse che ad ogni giro si scosta un poco oltre, il moto di un'elica, un viticcio attorcigliato, il ritornare costante sui propri passi aprendo strade mai prima visitate.
»

Giulio Bartolomeo Argano, La leggenda del capostipite, Rowohlt, Stuttgart, 2012, pagg. 2-3.
b.georg
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03/08/2009

«Tuttavia a un certo punto si interruppe. Al pari di ogni giovane poeta, era immerso in una descrizione della natura; e, spinto dal desiderio di conferire al verde l'esatta sfumatura, cercò con lo sguardo (in ciò mostrando assai più audacia di tanti altri) l'oggetto medesimo, il quale era per l'appunto un cespuglio d'alloro che cresceva sotto la finestra. S'intende che, dopo di ciò, non riprese a scrivere. Il verde della natura è una cosa; il verde in letteratura è un'altra. Una naturale antipatia, si direbbe, regna tra la natura e le belle lettere; mettetele insieme e si prenderanno per i capelli. La sfumatura di verde che Orlando vide sciupava la sua rima e mandava a monte il metro.  Inoltre, la natura ha le sue astuzie. Basta che uno veda dalla finestra api e fiori, un cane che sbadiglia, il sole al tramonto, e pensi "quanti soli vedrò tramontare ancora" ecc. ecc. (pensiero troppo noto perché meriti d'essere qui svolto); e tosto lascerà cadere la penna, prenderà il mantello, uscirà a grandi passi dalla stanza, e incespicherà in un cofano istoriato. Perché Orlando era un tantino malaccorto.»

da Orlando, di Virginia Woolf.

b.georg
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01/08/2009

Sul balcone guardo le auto passare, fanno risacca nello scorcio, tra i rami. Tu dormi sfinito sul divano, la pala muove l'aria. Danno 32 chilometri di coda in autostrada. Per un minuto interminabile, silenzioso, sono il solo al mondo ad essere felice.
b.georg
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13/07/2009

Discuti oziosamente, come accade in certe chiacchiere serie, e c’è sempre quello che sta zitto per un po’ e poi interviene con foga, altre volte sornione, compiaciuto, e piazza lì l’argomento a suo dire decisivo. Ma che state a battibeccare su queste cose, c’è ben altro dietro. Fatti del giorno, per capirsi: il discredito che ha colpito Grillo, dopo inizi promettenti? Una manovra del sistema dei media che l’hanno ostracizzato da quando lui ha minacciato di colpire il finanziamento pubblico ai giornali. Come facciamo a non capirlo? Le campagne sulle zoccole presidenziali? Non state a perderci tempo, ci sono gruppi editoriali che si fanno la guerra per procura allo scopo di spartirsi fette miliardarie di una torta di soldi e non temete, è tutta una manfrina, alla fine alle minacce seguiranno gli accordi, seguono sempre. Voi non vedete quello che si muove dietro le quinte.

Dietro le quinte si muove di tutto, in effetti.
Ma io dico: perché limitarsi a tracciare le mosse di una lotta casalinga e provinciale? L’ombra di Murdoch e del suo impero non la vedete? Fa molto più al caso nostro. Ecco servita una lotta tra titani dell’economia mondiale che muovono le loro pedine a chilometri di distanza dalle nostre teste. Che poi, cosa sono un po’ di chilometri? Come non vedere che sopra queste beghe da pollaio si giocano partite ben più decisive e stratosferiche? Vi è forse sfuggito il ruolo del Cavaliere e della sua amicizia col potente Putin, il tentativo di lucrare questo legame (col suo sottofondo di rapporti oscuri tra mafie russe e palermitane) e di spenderlo vendendosi come mediatore al potente Impero Americano? Quali inimicizie può mai creare un simile ardito tentativo? E non vi siete accorti che tutto è iniziato con l'ascesa del primo nero? No, più in alto, ragazzi, più in alto: non possiamo scordare il ruolo delle mafie emergenti – quella campana in combutta con quella cinese – e le loro ambizioni planetarie, in inderogabile rotta di collisione con le mafie suddette e precedenti. Le mafie? Non so voi, ma io sospetto che questa sia solo superficie, lo stagno dove nuotano i pesci rossi e dove i bimbi tirano monetine. Stiamo parlando dei veri attori o di misere comparse, prestanomi a loro volta manovrati da intelligenze più sottili, più celate, che tirano le fila di misteriosi giochi? Piccoli magnati, criminali da quattro soldi, mezzi dittatorucoli e loro pari non sono forse che semplici pedine di strutture segrete, associazioni, logge massoniche dai poteri sconfinati, capaci di muovere i destini di nazioni e popoli interi al solo sfiorare piccole leve finanziarie con le loro delicate dita. La massoneria? Una fragile copertura, non penserete che sia tutto qui! Mai sentito parlare dei Sette savi? E del dio degli gnostici?

La mentalità cospirazionista si ferma sempre troppo presto, purtroppo, non è all’altezza, non segue le tracce, non trae le conseguenze. Chi ne è affetto finisce sempre per scegliere una tappa del grande complotto, quella che gli si adatta meglio e si siede su un singolo gradino della infinita e circolare scala a chiocciola della cospirazione universale. E crede a quello, solo a quello, come si crede al sole che sorge al mattino. Una camicia di forza personale che forse salva dall’internamento coatto, dalla visione della orribile spirale. Nessuno che veda un po’ più in là, dannazione, nessuno che scorga l’infernale disegno di cui siamo solo tratti provvisori, presto cancellati da potenti mani, per l’eternità. Non lo vedete, anche voi, quel disegno? Non lo vedete? Non lo vedete?
b.georg
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