Dato che il tempo nella vita umana non è infinito, e ammesso che leggere sia un'attività che vi suscita piacere, quali autori vale la pena di affrontare?
Harold Bloom - famoso e discusso critico letterario americano - cerca in questo libro di rispondere alla domanda e propone i profili di ventisei autori, a suo giudizio i più rappresentativi e canonici della letteratura occidentale a partire dal Rinascimento - Dante e Chaucer - fino (quasi) a oggi, cioè ad autori come Beckett, Borges e Neruda. Bloom appartiene a dire il vero alla corrente di idee per cui la grandezza di autore diventa chiara un paio di generazioni dopo a sua morte, anche se poi si sbilancia, senza fare troppo sforzo, su nomi come Pynchon e Roth.
Il libro suscitò all'uscita, a metà dei Novanta, feroci contestazioni per la sua impostazione, ritenuta poco politicamente corretta: secondo Bloom non ha senso inserire nel canone occidentale moderno autori di altre culture e tradizioni in un ottica multiculturalista. Questa posizione gli procurò l'accusa di idealismo, sciovinismo, imperialismo, razzismo solo a citare le più tenere.
Se a questo aggiungiamo che Bloom ritiene esista una differenza oggettiva di valore estetico tra le opere, e che questa sia autoevidente (traduco: Virginia Woolf vale 100 volte più di Doris Lessing, in qualsiasi universo, e 1000 più dell'autrice di Harry Potter, e uso esempi femminili apposta), abbiamo il quadro della situazione. Amanti del fumetto come espressione dell'arte contemporanea, siete avvisati: non è il libro che fa per voi.
La sua concezione della letteratura, un po' più vasta di quella espressa nelle poche righe sopra, è nel complesso piuttosto sensata ma espressa, almeno in questo testo, in modo troppo superficiale tanto da apparire fuorviante: è vero che ogni impostazione critica che leghi in modo diretto e meccanico un'opera letteraria alla società che l'ha vista nascere è un riduzionismo ingenuo che produce propaganda invece che letteratura e finisce per negare la specificità del campo letterario, ma il contrario finisce nella teoria del genio, che non è certo meglio di uno storicismo rozzo.
L'intento superficialmente polemico del libro è evidente nella contraddizione di fondo che lo anima, espressa nel suo punto più stridente nell'accostamento delle due tesi : A) la letteratura non ha né deve avere scopi pratici; B) Shakesperare ha prodotto l'uomo occidentale che noi stessi siamo. Che serva una posizione mediana che renda conto dell'illogicità di questa giustapposizione è evidente, anche se non a Bloom.
Per il resto il libro è decisamente molto godibile e la concezione agonale dell'influenza - ogni autore lotta per la propria sopravvivenza e chi riesce a spuntarla riscrive il passato a suo proprio beneficio - è divertente e non infondata, anche se sovente Bloom si lascia andare al tifo sportivo e riempie paginate di "questo è meglio di quello" senza uno straccio di argomentazione critica (scordando il detto, altrettanto squilibrato ma da tener sempre a memoria, del suo maestro Northrop Frye: «Il giudizio di valore letterario è per il critico come la carota per l'asino»). Le sue letture dei singoli autori sono comunque spesso acute e altrettanto spesso tendenziose, come è giusto e fecondo che sia, anche se l'esagerazione è sempre dietro l'angolo (che Shakespeare, inventando personaggi che "origliano se stessi", abbia forgiato praticamente da solo la psicologia dell'uomo occidentale e che quindi non abbia veri e propri debiti letterari è, come dire, un poco azzardato).
Ad ogni modo vale la pena leggerlo, anche perché non è affatto una pena. Gli effetti immediati sono, a mio modesto parere, decisamente positivi: nel mio piccolo ho subito ordinato l'opera omnia della Dickinson (di cui nella mia ignoranza abissale sconoscevo quasi tutto prima del Bloom); inoltre mi ha spinto a riprovare con Whitmann (anche se con scarso o nessun successo: evidentemente non lo digerisco e stop, tanto che ne sbaglio il nome: si scrive con una n sola) e sto rileggendo per l'ennesima volta l'Amleto, da cui vi lascio questa immortale massima:
Trattate ogni uomo secondo il suo merito, e chi sfuggirà alle frustate? Trattali sulla base del tuo stesso onore e della tua dignità. Quanto meno meritano, tanto più merito c'è nella tua generosità.
(Amleto, Atto II scena 2).