18/05/2008

L'attuale odiosa catena di attacchi ai già disastrati campi rom ha scatenato una quantità di interpretazioni critiche in cui ognuno si sente chiamato a profondere un grande impegno di profondità e di cultura. I riferimenti non si contano: analisi di tipo psicologico e antropologico circa la paura dell'altro e del diverso che alligna nell'uomo fin dalla notte dei tempi, note a margine sulla costruzione del nemico, sul capro espiatorio come cemento sociale, fini e amare constatazioni circa l'esistenza del cerchio magico: chi si considera dentro contro chi resta fuori dal villaggio dei normali, e naturalmente riferimenti storici al nazismo come universale del pensiero, agli innominabili pogrom, o arditi incroci di sociologia, economia e psicologia delle masse che individuano a causa degli accadimenti la paura indotta dalla globalizzazione e dai rischi delle cosiddette società liquide, il terrore inconscio di scivolare tra gli esclusi e i nuovi poveri di cui i cittadini di classe media fanno esorcismo creandosi un nemico e fomentando l'odio verso quello. E così via, in un fiorire di acute analisi, in una gran mobilitazione dei migliori cervelli e degli spiriti più alati. Che, davvero, se solo chi tira le molotov sui campi rom potesse leggerle, ah sì, che allora ne resterebbe impressionato e in cuor suo si vergognerebbe della propria inqualificabile ignoranza.

Infatti.
b.georg
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15/05/2008

Uno dei primi provvedimenti allo studio del nuovo governo per sedare la "percezione di insicurezza diffusa nel Paese" pare sarà l'introduzione del reato di immigrazione clandestina (eh bè, più semplice far così piuttosto che perseguire l'obiettivo evidentemente chimerico di aumentare la certezza della pena colpendo chi effettivamente commette reati).
Naturalmente così facendo si incorrerà in un difetto di legittimità che ha risvolti anche etici: la responsabilità è personale, ma se perseguo una categoria umana o sociologica - i biondi, i neri, i clandestini - invece che singoli individui, commetto un'evidente ingiustizia. Ma tant'è.

Al di là di queste discussioni molti hanno posto però un problema più semplice.
Ci si chiede un po' ovunque: nel caso delle legioni di badanti senza regolare contratto né permesso che fungono da palliativo ai cronici problemi di insufficienza del welfare nostrano (leggi assistenza degli anziani non autosufficienti ecc.), l'arresto scatterà direttamente per la badante rumeno-filippina o dovrà riguardare anche il datore di lavoro in nero, nella forma di anziano assistito sfruttatore? Secondo il codice infatti questa sarebbe la norma. E sarà prevista una quota pannolone nell'eventuale contravvenzione comminata?
Si farà inoltre qualcosa per ovviare all'improvvisa carenza di lavoratori nel comparto edilizia e costruzioni causata dall'arresto in massa di  manovali, imbianchini, muratori extra comunitari?

Possiamo importarli, chessò, dalla Svizzera pur essendo nazione non comunitaria?

Ora, dalle ipotesi allo studio sembra che il giudice dovrà graduare la pena, comminandola solo in presenza di manifesta pericolosità sociale (salve le badanti). Sì, ma come la si accerta questa pericolosità, considerando che i reati effettivamente perseguiti sono una minoranza e spesso è impossibile persino conoscere l'identità di chi viene trattenuto nei cpt? Farà fede la presenza di reddito anche senza contratto? Bene, ma se io lavoro in un cantiere in nero per un anno, poi il capocantiere mi lascia a casa e dopo due giorni mi beccano e io dico: lavoravo lì, ma il capocantiere per evitare grane nega tutto e minaccia pure tutti gli altri lavoranti di buttarli fuori se fiatano? Non è che piove sul bagnato, tanto per cambiare? Eh già.
b.georg
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15/05/2008

«Sono un attore, dico delle gran palle, dove però c'è più verità che nei fatti» (Paolo Rossi).

Che nei fatti. Ecco, da lettore mi permetto di consigliarla ai giovani scrittori italici. Sarebbe una bella e assai nobile dichiarazione di poetica. Come diceva Fortini, la letteratura è una menzogna che dice il vero.
b.georg
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15/05/2008

L'economista Boeri su Repubblica (non online) critica l'eliminazione dell'ICI e la defiscalizzazione degli straordinari, due annunciati provvedimenti del neonato governo.

Riguardo al secondo tema, i suoi argomenti sono gli stessi usati dal Lusiani citato ieri
In sintesi, è il solito modo italiano di aggirare le rigidità insostenibili del sistema scaricandole in un solo punto, per non affrontare gli inevitabili conflitti che deriverebbero da riforme strutturali. Mutatis mutandis, quello tra fiscalità sul lavoro insostenibile Vs defiscalizzazione degli straordinari è lo stesso schema applicato in passato nel caso: contratto nazionale ipergarantito e intoccabile Vs introduzione di contratti iperprecari, o nel futuro: certezza della pena non raggiungibile Vs introduzione del reato di immigrazione clandestina.

Riguardo all'ICI: è notoriamente la fonte di finanziamento primaria di molti Comuni, quindi si tratta di un taglio solo apparente che andrà sostituito con qualcos'altro. Il governo conta di farlo aumentando i flussi di denaro dal centro verso la periferia.
Critiche di Boeri:
1) si elimina l'unica tassa locale proprio quando si dice che si vuole il federalismo fiscale;
2) si elimina una delle poche tasse che non pesca direttamente nell'ipertassato reddito da lavoro;
4) la compensazione dal centro sarà totale, quindi riguarderà anche i comuni poco virtuosi che l'ICI l'avevano aumentata: ergo è il federalismo all'italiana che centralizza le entrate e rende periferiche le spese, facendo esplodere la spesa pubblica.
5) Questa la aggiungo io: è esattamente il contrario del concetto di redistribuzione dai meno ai più svantaggiati che dovrebbe presiedere a un sistema di welfare (traduzione: è coerentemente di destra, pur nella mascheratura populista e popolare). Infatti, invece di far pagare qualcosa a una platea di proprietari, lo si fa pagare a tutti, quindi anche a chi proprietario non è, cioè a chi, sensatamente, è più povero.
b.georg
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14/05/2008

Da che mondo è mondo. O no?
b.georg
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14/05/2008



"Il mondo esteriore non è che uno specchio nel quale si riflette il mondo interiore" dice Zantman barricato nella sua cabina sul brigantino Banbury, e sembra soprattutto un manifesto narrativo, una via d'accesso critico al gusto di Gombrowicz per il grottesco, per la progressiva deformazione dei personaggi e delle situazioni in chiave espressionista e onirica, satirica e potentemente allegorica.
Questi densissimi racconti giovanili dell'autore di Ferdydurke e Cosmo (tutti eccellenti tranne forse solo gli ultimi due, di trama più esile) contengono già i temi di quelle future opere, temi che fanno di Gombrowicz uno dei rari casi di scrittore/pensatore in cui un aspetto non travalica l'altro, dove un'immagine e una trama riescono a rendere in figure incisive, analisi altrettanto raffinate e acute, rapporti sociali, ideologie in atto. Rispetto a quelle opere, anzi, qui la varietà tematica è persino maggiore e lo stile è se possibile più libero e sfrenato, spesso esilarante, e acutamente consapevole, come testimonia anche la preziosa autorecensione riportata in appendice.
b.georg
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14/05/2008

Due articoli interessanti che purtroppo non si occupano né del riporto di Schifani, né delle correnti interne al Loft, né di altre questioni politiche epocali.

• Su NFA Lusiani, in un pezzo da manuale sull'eterogenesi dei fini, si chiede se la detassazione degli straordinari, una delle prime misure che a quanto pare prenderà il neo ministro Sacconi, non sia una cagata pazzesca:
"Cosa mi aspetto verrà fatto? Ovviamente il peggio: c'è un sistema di oppressione statale assurdo quanto kafkiano, invece di riformarlo si metterà una toppa detassando qualche componente variabile dei salari con una bella legislazione astrusa, si aumenterà l'illegalità e l'arretrato dei tribunali, si aumenterà la distorsione operata dallo Stato nell'allocazione delle risorse economiche e l'Italia affonderà ancora un po' di più".
segue


• Su Lavoce.info, Arena e Guerra fanno il punto sulla questione della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi:
"Non si configura quindi né un problema di legittimità né un illecito. Il vero nodo giuridico e politico è quale trasparenza in materia fiscale si voglia oggi garantire nel nostro ordinamento".
segue
b.georg
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05/05/2008

L'impressione sarà viziata dalla lontananza e da una scarsa conoscenza della realtà romana, certo che a giudicare dai suoi primi atti, pare che il neosindaco della capitale il veltronismo l'abbia imparato benino (persino la lettera all'ambasciatore USA, evidentemente terrorizzato dall'autarchia cinematografica!).

Anche se a essere davvero troppo perfidi visto il tristo momento, astraendo un po' dai personaggi reali e andando sul terreno politico - inclusione, condivisione di valori, senso della comunità, conciliazione dei dissidi all'interno del perimetro comunitario, interclassismo: risulta difficile stabilire bene chi sia la copia di chi.
b.georg
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29/04/2008

«
Ciò che spiega più strutturalmente il successo straordinario ottenuto dalla Lega Nord in queste elezioni è la capacità del partito di Bossi di configurarsi, ormai in oltre vent'anni, come la forza politica più organicamente capace di interpretare la nuova composizione sociale  regionale.

(...)

Il tentativo di dissolverla nella più generale questione italiana o di ridurla alle espressioni più grevi e rozze di taluni politici fallisce da troppi anni per non dover insegnare qualcosa almeno oggi, dopo la tempesta elettorale di aprile.

»


Segnalato da Primo Amore, il sociologo Bettin (pluripresente oggi su FI) dice più o meno le cose che dicevo qui, se non sbaglio, ma lo fa in modo decisamente più sintetico.
b.georg
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29/04/2008

L'Unità del 24 Aprile 2001 (hai letto bene) pubblicava un articolo di Marcello Veneziani, noto intellettuale di destra, che recensiva un libro-conversazione tra Massimo Cacciari e Gianfranco Bettin.
Riletta oggi, nel senso letterale di stamattina, l'opinione di Veneziani, anche se giocoforza interessata, è istruttiva da un sacco di punti di vista.



«

Ma qual è il messaggio politico che Cacciari lancia in bottiglia nel mare di Venezia? È un messaggio di destra sociale.

(...)

“Non sei solo in questo destino» è l'incipit del libro, che potrebbe sottoscrivere chiunque abbia una visione comunitaria della vita, non legata semplicemente alla dimensione del fare e del produrre, ma a quella esistenziale ed essenziale del destino. Il dialogo poi si svolge sul filo della critica alla globalizzazione, al pensiero unico fondato sul primato del calcolo, alla monocultura della mente che coincide con la "ratio economica", all'omologazione planetaria, alla spoliticizzazione. In positivo il riferimento è alla comunità. Chi legge de Benoist e Accame, solo per fare un paio d'esempi, qui si sente a casa. Il suo riferimento esplicito e polemico è all'homo consumans, definizione lanciata da un intellettuale della Nouvelle droite francese, Champetier, che vi ha dedicato un saggio tradotto anche in Italia. Cacciari critica "l'individualismo nella fase più idiota" e "la modernità feroce e idiota" del nostro tempo.

(...)

Ma dove il pensiero di Cacciari coincide perfino in senso lessicale con la destra sociale è nella formulazione dell'alternativa, quando parla di Welfare community, una specie di terza via tra il vecchio Welfare state e l'attuale liberismo. L'espressione Welfare community è il cavallo di battaglia di Gianni Alemanno, leader della destra sociale con Storace, e della rivista Area.

(...)

È curioso e paradossale ma quando Cacciari si sottrae ai percorsi marxisti dell'internazionalismo proletario, ritradotto nella "globalizzazione dal basso" (Bettin), finisce con l'offrire un punto d'incontro - in altitudine - tra destra sociale e destra leghista. Probabilmente, in questa eterogenesi dei fini vi è la ragione ultima del naufragio politico di Cacciari.

»


A parte Cacciari del cui caso personale poco importa, e Alemanno e Storace che non sono più amichetti, e l'idea di welfare community che non è affatto patrimonio esclusivo della destra sociale (è anzi assai diffusa in area cattolica-terzo settore e soprattutto è linea guida del formigoniano modello lombardo di gestione del welfare e ossatura del blocco di potere coagulato intorno alla Compagnia delle Opere); a parte tutto ciò, per restare da queste parti, mi pare che tra neo-comunitarismo, deriva antimoderna della sinistra aristocratica e internazionalismo imbelle di quella buonista la situazione non s'è schiodata di molto: è la spietata ironia delle diverse strategie per giungere allo stesso punto (il naufragio, appunto).
Come si diceva una volta, a sinistra il problema è kulturale?
b.georg
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23/04/2008

(se escludiamo il fatto che i suoi articoli sono di un bel po' più corti)

Fare i politologi non è un lavoro complicato e oltretutto, se lavori per un grande giornale, ti pagano bene.


In questi giorni tutte le analisi concordano su due punti: più ancora di Berlusconi, ha vinto la Lega, e la vittoria si spiega col binomio radicamento nel territorio + paura e insicurezza.

• Vediamo, punto uno. Abbiamo un partito che esiste da 30 anni, che da 30 anni dice le stesse cose, che da un giorno all'altro raddoppia i consensi, e questo sarebbe dovuto al radicamento nel territorio. Se ci si pensa un secondo è una ben bizzarra spiegazione. No?

Ma poi chiariamo cos'è questo radicamento altrimenti nel resto d'Italia si penserà che la Lega abbia una sezione in ogni condominio (no, semmai una cellula dormiente). Il radicamento della Lega, dal punto di vista dell'azione politica, consiste in questo: la lega fa i gazebo. Dato che è presente un po' in tutto il Nord Italia, ha una base di militanti ristretta ma motivatissima e un linguaggio politico alquanto pop, riesce a fare gazebo un po' dappertutto, qua e là. Ma non è che li faccia tutto l'anno, eh, anzi. Li fa ogni tanto, diciamo sotto elezioni e qualche altra rara volta per qualche campagna particolare. Ah, e poi, sempre in quelle occasioni, attacchina sui muri valanghe di manifesti super-diretti (altro che le mandrie di copy che coniano gli slogan ariafritteschi di Walter: urgenza-contenuto-messaggio vince sempre).
Per il resto del tempo il famoso radicamento, se lo intendiamo con azione politica di base, semplicemente non esiste.


Dunque tutto il contrario di un consenso che cresce voto dopo voto, negli anni, grazie a un'opera certosina di prossimità e convincimento. Semmai si tratta semplicemente della mera identità tra rappresentanti e rappresentati, tra progetto politico e aria che tira: è una questione che attiene alla costruzione e formazione del personale politico e si spiega molto di più con la natura movimentista della Lega che con chissà quale astrusa pratica organizzativa.
Non è che la Lega sia radicata sul territorio perché ha le sezioni o chissà che, ma perché è fatta da persone che abitano in un certo posto e il cui programma tratta esclusivamente di quel che succede o dovrebbe succedere in quel posto.

Per costoro Roma è lontana, un altro pianeta, una faccenda che non li riguarda se non in negativo. E non gli serve l'esperto per interpretare o almeno esprimere il posto in cui vivono, per sentire ad esempio che nelle microimprese il rapporto capitale lavoro è mutato rispetto a dove si fermano (1976) le analisi di Rifondazione, che l'ipersfruttamento necessario a mantenere la competizione sul mercato coinvolge tutti, che la finanza le banche e la grande impresa sono nemici reali o potenziali, che il territorio è stato sventrato, deturpato e svenduto senza percepibili miglioramenti in termini di infrastrutture, che il welfare è del tutto inefficiente e non copre i nuovi bisogni, e così via. Lo sanno, anzi lo sono. E la loro risposta (teniamo qui i soldi), anche se ahimé del tutto incongrua, ha una razionalità che sarebbe sciocco sottovalutare - e non è nemmeno una richiesta di abolizione del welfare, tra l'altro, come i Soloni di Repubblica si ostinano a sostenere.
 
Del resto la Lega è anche il partito che conosce le fluttuazioni più macroscopiche in fatto di voti. Storicamente cresce quando sta all'opposizione e cala quando sta al governo. Oggi è tornata ai livelli che aveva 15 anni fa, quando conquistò addirittura Milano. Poi è progressivamente calata riducendosi della metà, a seguito di prove di governo non proprio esaltanti (spiegazione: il personale politico della Lega, specialmente quello nazionale e tranne rari casi - Maroni - è piuttosto improvvisato e scelto in base alle proprie qualità oratorie o di presenza e attivismo militante e di fedeltà, piuttosto che di valore in campo amministrativo e tecnico o culturale o altro. Risultato, quando sono chiamati a svolgere compiti di responsabilità da cui potrebbe scaturire un guadagno in termini di applicazione dei propri punti di progamma, l'azione di questi uomini - e anche donne, ci si ricordi la Pivetti - è quello che è. Qualche esempio: Formentini, il sindaco di Milano più comico del dopoguerra, oggi finito nel Pd, per dire; il porcellum, l'ingegner Castelli alla giustizia...).

Dunque, presenza sul territorio: sì, in un certo senso. Ma soprattutto assenza degli altri, eh.


• Paura e insicurezza: è una questione ormai diventata dogma, figuriamoci se mi azzardo a metterla in dubbio.

- Paura del micro-crimine legato all'immigrazione irregolare e percepito direttamente sul territorio (in Italia gli unici reati che aumentano, pare, sono borseggi e furti e in quel campo, almeno se ci si base sul dato in verità alquanto deficitario delle persone arrestate, gli immigrati irregolari vanno alla grandissima - mentre del tutto irrealistica e falsa è l'idea alimentata dai media che nell'aumento della violenze sulle donne l'immigrazione c'entri qualcosa).

- Insicurezza per la competizione globale che manda in crisi il tessuto delle piccole e medie aziende che ha fatto lo sviluppo del Nord, anche contro la grande azienda pubblica e privata.

Tutto ciò farebbe dimenticare alle classi popolari le differenze e gli interessi di classe e le spingerebbe a un'alleanza comunitaria e difensiva (ma in realtà suicida) con gli interessi del tessuto di microaziende suddetto. Il padrone della piccola aziendina che gira col Suv alleato ai suoi dipendenti - italiani o stranieri regolari - che arrivano in azienda in Panda o sul motorino smarmittato, contro l'irregolare e il Rom che deturpano il territorio visivo, infastidiscono o rendono insicura la vita quotidiana con le loro brutte facce. E contro le aziende cinesi. E contro lo stato e il suo welfare solidaristico e assistenziale, che con le tasse rubano la ricchezza del territorio per (non) restituirla in servizi scadenti, clientelismo e malaffare.

È una lettura che va per la maggiore, coniuga sociologia con xenofobia, contiene una buona dose di verità e sembra persino di sinistra (a parte il fatto che il welfare italiano è ben poco solidaristico e redistributivo, essendo anzi per più di due terzi assicurativo, cioè costruito sulle pensioni e non su servizi universali e quindi a dirla tutta difenderlo così com'è non equivale esattamente a dire una cosa di sinistra, semmai democristiana).

Leggere la società e la politica attraverso le emozioni però è un esercizio di equilibrio. Senza dubitare di queste analisi, al massimo posso chiedermi perché si parli tanto di paura e così poco di odio, e per nulla di desiderio. A me l'odio pare più interessante, per dire. A rivangare nella memoria ricordo che era considerato piuttosto di sinistra un tempo, quando si cercava almeno di distinguere tra radice di quel sentimento e luogo in cui si scarica. E tra l'altro non me lo vedo chi vota Lega come un tipino timorato e impaurito, a me sembrano tutti belli incazzati, piuttosto... Ma quello dell'odio e della paura sarebbe un discorso lungo e scabroso.

Quanto al desiderio... La sinistra ha smesso da secoli di costruire le proprie analisi della società rintracciando il desiderio che l'attraversa e le maschere con cui si traveste, il che spiega perché le sue risposte siano per lo più frontiste, difensive, conservatrici, catastrofiste, altezzose, snob, moraliste, depresse, tragicomiche e tendenzialmente suicide. Ma sarebbe un altro discorso, appunto.

La paura, sorella dell'emulazione e genitrice dell'ordine, produce mera conservazione quando non reazione. Produce la destra classica. Ma tutto è la Lega fuor che classico, fuor che mera conservazione: la Lega è il soggetto politico più radicalmente sovversivo - purtroppo anche quello più sgangherato - prodotto in Italia dal 1921, un soggetto indipendentista, organico alle profonde trasformazioni produttive avvenute in alcune regioni del Nord Italia e ad alcuni dei soggetti sociali emersi in quel frangente, un soggetto che mira apertamente a smantellare la struttura dello "Stato oppressore" politicamente e finanziariamente.
Sì, poi uno pensa al parlamento padano e al dio Po dei celti o sente Bossi delirare di spiritualismo e tende ad archiviare la faccenda come folklore politico di un gruppo di squilibrati, altro che iperdemocraticismo da rivoluzione americana, e in parte però sbaglia, perché il punto è lì - o avrebbe potuto essere lì, in un mondo migliore...

Vabbé, torniamo sulla Terra e alla Lega che vince le elezioni.
Vorrei far notare: da dove viene il voto alla Lega "in più" rispetto al risultato modesto di due anni fa? È piuttosto accertato: viene da Forza Italia (Cacciari, che in queste cose non sbaglia, dice che in Veneto la Lega ha massacrato FI).

Ora, com'è noto FI poco prima delle elezioni si è unita a Alleanza nazionale in vista di un futuro partito unitario. E AN è notoriamente un partito assai poco tenero verso l'immigrazione (vien quasi da dire che lo sia in modo culturalmente più strutturale rispetto alla Lega, perlomeno a dar credito alla nostra poco argomentata distinzione tra paura e odio). Dunque, FI si allea con un partito del genere, e parte del suo elettorale la premia... votando Lega, e la cosa sarebbe motivata con "paura e insicurezza". Non dico di no, ma forse non è così semplice. Una scelta del genere non mi stupirebbe per quei voti in transito dalla sinistra radicale alla Lega (ma sono piuttosto pochi, tutto sommato).
Ehi, forse qualcosa non torna?


I miei 5 centesimi: e se il problema fosse proprio quell'alleanza, al Nord mai digerita, con un partito "romano e statalista" come AN? A nessuno tornano in mente le antiche (e poi naturalmente rientrate, come è costume suo) sparate del Bossi su "noi siamo un partito di lavoratori, noi ai fascisti spariamo a vista"? Non è che una parte di quell'elettorato fluido tra FI e Lega vede come il fumo negli occhi il Pdl, cioè l'unione strutturale tra FI e i noti "fascisti" bossiani? E se addirittura il problema fosse ormai Berlusconi, che agli occhi di questa frazione di elettorato non è più - o non è mai stato del tutto, in realtà - affidabile, in quanto non organico alla famosa base sociale della Lega? Meglio fermarsi qui, anche i politologi hanno un limite.

Il Pdl cresce un po' al Sud e barcolla alquanto al Nord, l'alleanza tra Lega e berlusconismo sembra solida eppure si cannibalizzano a vicenda e le analisi della vittoria al momento fanno parte più del piccolo cabotaggio speculativo che di uno sguardo capace di anticipazione. E senza anticipazione, niente politica, come recitava il vecchio operaista.
b.georg
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22/04/2008



I leghisti? Solo razzismo e paura.
I Rom? Solo delinquenti e violenza.

Sui due principali quotidiani nazionali qualcuno prova ad andare oltre la caricatura, per scoprire probabilmente che la realtà è anche peggiore e più intricata, più tragica.

***
Nord tra malessere e ricchezza
Ilvo Diamanti su Repubblica

«Lo sviluppo del Nord si è espresso in relazione stretta con la politica (e l'antipolitica). Lungo tre assi. 1) La contestazione dei tradizionali centri del potere economico e politico: Torino e Roma. Confindustria, il sindacato e i partiti "romani". 2) L'insofferenza per la politica, come mediazione realizzata dagli specialisti e dalle organizzazioni. Economia e società senza politica. Imprenditori, uomini del "popolo", che parlano come la gente comune. E gliele cantano forte a Roma, ai partiti romani, alla sinistra, al sindacato. Perfino a Confindustria. 3) La rivendicazione autonomista. Che, volta a volta, assume forme e traduzioni diverse: federalismo, indipendenza, secessione, devoluzione».

***
Topi e rifiuti. Via Dudovich, l'inferno rom
Andrea Galli sul Corriere

«Prendo 70 euro alla settimana, come manovale», dice l'allenatore Petre, 52 anni, faccia da brav'uomo, «me ne servono migliaia per mio figlio, è mezzo morto dopo un incidente, deve fare operazioni, ricoveri, riabilitazioni ». «I compiti li facciamo lo stesso», dicono i fratellini con Stefan, 13 anni, che ha i pantaloni imbalsamati dal fango e con la bellissima Bianca, d'un anno minore, che cammina per le pozzanghere alzando, con grazia, la gonna bianca schizzata d'olio (ha appena aiutato la mamma a cucinare)».
b.georg
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15/04/2008

(pezzo destinato a elettori di sinistra)

Io la capisco, la tristezza, ma la delusione mica tanto. Non si possono confondere le balle che si sentono in campagna elettorale con la realtà e la logica.

Allora, prescindiamo un secondo da quello che ci piace e ci fa schifo, partiamo dai fatti: dopo due anni di coalizione e di governo a dir poco catastrofici finiti tra le pernacchie con lo scioglimento anticipato delle Camere e la vergogna e lo sberleffo generali, il maggior partito di quella coalizione non dimezza i propri consensi come sarebbe logico aspettarsi - e come accade infatti ad altri -  ma nel dato disaggregato delle forze che lo compongono li aumenta di qualche punto percentuale finendo, pare, ad appena 4 punti dal partito di Berlusconi. In voti reali si tratta di un centomila in più rispetto al 2006. Non so come definire se non quasi incredibile questo dato. Evidentemente gli elettori di quel partito devono essere impazziti. Poi, sì, i punti in più rispetto al 2006 sono circa due e non venti come sarebbe stato necessario per vincere. E gli asini ancora non volano in cielo, avete notato?

Qui c'è qualcuno (tolto Walter, eh) che pensa seriamente che dopo che il tuo governo ha fallito, sia possibile aumentare di venti punti e vincere? O non è razionale pensare che al più si può cercare di tenere botta? Se l'argomento contro Veltroni - che non è certo il mio politico di riferimento, giusto per chiarire; io preferisco politici che dicano anche qualcosa, ogni tanto - ma se l'argomento è che non sa fare i miracoli, ho idea che la critica sia deboluccia.

Ma non tutta l'Unione ha tenuto, questo è il punto. 33+4+10 farebbe 47: avremmo perso lo stesso, ok, perché i 10 non si sommano ai 37, ma almeno sarebbe rassicurante. Invece quei 10 mancano tutti. E sono la Sinistra arcobaleno.

Ora, sento dire che la Sinistra arcobaleno è stata uccisa dal PD e dal "voto utile". Ma se il PD aumenta di due punti e la Sa (nel dato disaggregato) ne perde più di sette, c'è qualcosa che non torna. Naturalmente manca un'analisi dei flussi, ma mi pare improbabile che un massiccio voto utile da sinistra abbia salvato il PD da un'emorragia di voti di centro. Non è che semplicemente quei voti sono andati un po' a Ferrando e compagnia, un bel po' all'astensione e persino un po' alla Lega (e sì, un po' anche al PD, sai com'è)?
Ma poi, anche fosse: che razza di critica è: "i miei elettori hanno preferito te a me, quindi è colpa tua"? Sarà ben mia la colpa, o no?
In realtà: il risultato piuttosto positivo di una parte dell'ex Unione è dovuto essenzialmente alla scelta del PD di correre da solo. Scelta elettoralmente provvidenziale, a ben vedere. Chi dice che con questa scelta il PD ha consegnato il Paese a Berlusconi dovrebbe riflettere sul fatto che, intanto, sono gli elettori ad averlo fatto, e poi che senza quella scelta avremmo, da logica, il PD al 20-25%, non al 33, e Sa magari al 5 invece che al 3. Sai che risultato.

La Sa invece paga molti errori suoi e qualcuno non suo: paga i due anni di Prodi in cui non ha ottenuto nulla, ovviamente, ma poi paga l'aver costituito un cartello controvoglia e poco credibile che dall'esperienza di governo non ha saputo differenziarsi agli occhi dei propri elettori potenziali, come invece ha saputo fare in qualche modo il PD, paga l'assenza di un messaggio credibile, paga la mancanza di un qualsivoglia progetto che non sia rivendicativo o sindacale o residuale, paga l'affidarsi a personaggi dal dubbio profilo (Pecoraro su tutti) o fuffosi (Mussi detto l'inutile...), paga l'impressione palpabile di smobilito offerta in tutta la campagna elettorale...

Pur nel lutto per l'assenza di una vera forza moderna a sinistra del PD - assenza che non dipende però dal voto, visto che non c'era nemmeno prima... - occorre anche dire che "la sinistra scompare dal Parlamento" non è proprio vero, a meno di pensare che un partito in cui ancora militano D'Alema, Bersani ecc. sia un partito di centro-destra. Sì, ok, la Binetti, la Madia... I lasciti di Rutelli e le pessime idee di Veltroni. Ora però ditemi che nel PD la Binetti conta più di D'Alema e vi pago un viaggio premio a Cuba.
Oh, se poi vogliamo giocare a quelli incazzati per cui gli ex DS non sono di sinistra, mentre "è risultato chiaro che il comunismo è una necessità fondamentale della società italiana" (Marco Rizzo, detta oggi) e chi vota di là - proprio le persone, eh - è fascista mafioso razzista e fa schifo come essere umano, facciamolo pure, in fondo l'adolescenza protratta e il vittimismo sono tratti peculiari dell'Italia contemporanea e le gare di rutti possono anche essere divertenti.

La cosa inaspettata però, è che al nord la crescita della destra non è dovuta a Berlusconi ma all'esplosione del voto alla Lega; voto interessantissimo e ambiguo perché attraversa diverse fasce sociali (o classi, come si amava dire un tempo) riuscendo a costruire una sintesi anch'essa ambigua e bifronte. Voto che ha sicuramente una vasta componente "popolare" (nelle roccaforti operaie la Lega dilaga, Sa sparisce), voto senz'altro raccolto a destra ma in sé, almeno in parte, più pragmatico che ideologico (Malpensa e l'inefficenza dello Stato contano quanto l'invivibilità delle periferie, gli istinti securitari quanto la voglia di modernizzazione, la paura reazionaria quanto il desiderio di mobilità sociale), voto storicamente ondivago e intimamente contraddittorio (incazzarsi perché si vive in un buco schifoso e insicuro votando proprio quelli che lo governano da vent'anni è un po' strano, no?). Voto di chi vuole più servizi e più efficienti e di chi vuole invece privatizzarli, uniti in un discorso che preferisce parlare d'altro.

Se la sinistra-sinistra non sa intercettare una fetta consistente di questo voto, come potrebbe benissimo fare, sarebbe il caso di chiedersi se andare oggi a Baggio o a Quarto Oggiaro con la falce e martello cucita sul cashmere e la faccia schifata di chi attraversa una landa di subumani razzisti sia proprio la cosa più intelligente e attuale da fare.
b.georg
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11/04/2008

È così, le coalizioni ci hanno stancato: tutti con tutti, tutti contro tutti, alla fine nessuno che fa un cazzo di buono.

Ma anche i partiti separati, diciamolo, che delusione. Si scindono, si unificano, si presentano, ma sono così mosci... Uno sogna la Danimarca, la Spagna, l'America, e si ritrova diviso tra Cassano Magnago e Buonilandia.

Il punto è che tutti vorremmo un partito che ci rispecchi davvero. Ma come fare? Forse uno che ha la risposta c'è. Lui.
b.georg
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04/04/2008


non credo
di fare
una confessione scabrosa


Alitalia ha tanti piloti
che potrebbe permettersi

il triplo di aerei

e impiegati amministrativi
in numero sufficiente
a coprire le esigenze
di dieci aziende
un call center che costa due
tre volte di più di quelli
equivalenti ma se io

sindacalista ho la mia base
tra i lavoratori magari

precari del call center
come diavolo faccio

ad accettare la realta?
la contrasto
con tutte le mie forze


(testo di Luigi Angeletti, segretario della Uil, La Repubblica venerdì 4 aprile 2008)
b.georg
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